La montagna, ancora una volta, presenta il conto. Nel giro di poche ore cinque vite si sono spezzate tra l’Austria e la Valle d’Aosta, in due distinti incidenti che riportano al centro dell’attenzione il rischio valanghe e la fragilità dell’equilibrio in quota, soprattutto fuori pista.
Tragedia nello Stubaital
L’allarme è scattato domenica sera nello Stubaital, in Tirolo, quando due snowboarder di 37 anni non hanno fatto rientro a casa dopo una giornata sul ghiacciaio dello Stubai. Le ricerche si sono concentrate nell’area compresa tra il rifugio Dresdner Hütte e la stazione a valle di Gamsgarten, nel comprensorio dello Stubaier Gletscher.
Grazie alla localizzazione dei telefoni cellulari e all’impiego dei droni, i soccorritori hanno individuato un vasto accumulo di neve a quota 2.115 metri. La slavina, lunga oltre 300 metri, si era staccata durante un fuoripista nella zona di Mutterbergl: due le tracce di ingresso nella neve fresca, nessuna di uscita.
Secondo quanto riferito dall’agenzia APA, i due sportivi sono stati localizzati con l’Artva e recuperati intorno alle 21.30. Il medico d’urgenza non ha potuto fare altro che constatarne il decesso. Erano esperti, equipaggiati, preparati. Ma l’attrezzatura, in montagna, non è garanzia assoluta.
Il dramma di Courmayeur
Poche ore prima, un’altra valanga aveva colpito il versante italiano delle Alpi, a Courmayeur. Nel celebre Canale dei Vesses, itinerario molto amato dagli appassionati di freeride, tre sciatori francesi di Chamonix sono stati travolti mentre scendevano il canalone.
A perdere la vita sono stati un 29enne, morto poco dopo l’estrazione dalla neve, un 31enne deceduto dopo il trasporto al pronto soccorso di Aosta e un 35enne spirato all’ospedale Ospedale Giovanni Bosco di Torino. Tutti facevano parte dello stesso gruppo, tutti erano dotati di Artva.
A dare l’allarme sono stati altri freerider che avevano udito il caratteristico “soffio” della valanga e, poco prima, visto i tre impegnati nella discesa. Sul posto sono intervenuti il Soccorso alpino valdostano e i militari della Guardia di finanza di Entreves. Al momento del ritrovamento, i tre erano sepolti sotto oltre un metro e mezzo di neve.
Il rischio invisibile
Due episodi distinti, un unico denominatore: il fuoripista. Le condizioni invernali, con recenti nevicate e sbalzi termici, possono rendere instabile il manto nevoso anche quando l’apparenza suggerisce sicurezza. Il distacco di una lastra, spesso innescato dal passaggio stesso degli sciatori o snowboarder, può trasformare in pochi secondi una discesa entusiasmante in una corsa contro il tempo.
L’Artva, insieme a pala e sonda, rappresenta uno strumento essenziale per la ricerca in valanga, ma la rapidità dell’intervento resta decisiva: le probabilità di sopravvivenza calano drasticamente oltre i primi 15 minuti di seppellimento completo. In entrambi i casi, nonostante la tempestività dei soccorsi, la massa di neve e la dinamica del distacco non hanno lasciato scampo.
Un bilancio che interroga
Il bilancio di queste ore – cinque morti tra Austria e Italia – riaccende il dibattito sulla sicurezza in montagna e sulla percezione del rischio tra gli appassionati di sport invernali. Il freeride è pratica diffusa e sempre più popolare, sostenuta da attrezzature evolute e da una cultura tecnica in crescita. Ma la montagna resta un ambiente naturale, non addomesticabile.
Ogni inverno ripropone lo stesso monito: informarsi sui bollettini nivometeorologici, valutare con prudenza le condizioni del pendio, affidarsi a guide esperte, rinunciare quando necessario. Perché la linea tra avventura e tragedia, in alta quota, è sottile come uno strato di neve fresca.
