ROMA — “Senza consenso è stupro”. Lo slogan rimbalza tra i palazzi del centro storico, si alza in coro tra cartelli e striscioni, si imprime come parola d’ordine di una mobilitazione che attraversa il Paese. Da Roma a Milano, passando per altre città italiane, associazioni femministe, collettivi studenteschi e organizzazioni per i diritti civili sono scesi in piazza contro il ddl Bongiorno, la proposta di modifica dell’articolo 609 bis del codice penale che disciplina i reati di violenza sessuale.
Il cuore della protesta romana è stato piazza Santi Apostoli, dove centinaia di ragazze e ragazzi hanno dato vita a un presidio animato da interventi, testimonianze e slogan. Nel mirino dei manifestanti c’è la riformulazione dell’articolo che, secondo i promotori della mobilitazione, rischierebbe di restringere la portata della tutela penale e di indebolire il principio cardine del consenso.
«Il consenso deve essere esplicito, libero e revocabile», ripetono dal palco. La preoccupazione diffusa è che qualsiasi modifica normativa possa tradursi in un arretramento culturale prima ancora che giuridico, riportando l’attenzione più sulla condotta della vittima che sulla responsabilità dell’autore del reato. Un timore che ha fatto da collante a una galassia di realtà diverse, unite dalla richiesta di mantenere — e anzi rafforzare — un impianto normativo centrato sulla libertà e autodeterminazione della persona.
La mobilitazione non si fermerà qui. Per il 28 febbraio è stato convocato un corteo nazionale a Roma: il concentramento è previsto in piazza della Repubblica, con arrivo nel cuore della capitale. Gli organizzatori parlano già di una partecipazione ampia, con delegazioni in arrivo da numerose regioni.
Parallelamente, a Milano, durante una manifestazione contro la proposta di riforma, è stato lanciato uno sciopero studentesco per il 9 marzo. Il corteo partirà da largo Cairoli e punta a coinvolgere scuole e università. “Il corpo non si negozia”, è uno dei messaggi rilanciati dai collettivi che chiamano alla mobilitazione.
Il ddl, presentato in Parlamento, interviene su una norma — l’articolo 609 bis — che negli ultimi decenni è stata il perno dell’evoluzione legislativa italiana in materia di violenza sessuale. La sua formulazione attuale, frutto di una riforma che ha segnato il passaggio dalla tutela della morale pubblica a quella della persona, è considerata da molte associazioni un punto di equilibrio conquistato dopo anni di battaglie.
È proprio su questo terreno simbolico che si gioca lo scontro. Da una parte, chi sostiene la necessità di una revisione tecnica della norma; dall’altra, chi vede nel cambiamento un potenziale vulnus al principio del consenso come criterio dirimente. In mezzo, un dibattito che chiama in causa non solo il diritto penale ma l’educazione affettiva, la prevenzione e la cultura delle relazioni.
La piazza, intanto, chiede di essere ascoltata. E annuncia che il confronto non si esaurirà in una giornata di protesta. “Non è solo una questione giuridica — scandiscono i manifestanti — ma una scelta di civiltà”.
