La tensione che si respirava da giorni è esplosa in pochi istanti, davanti all’ingresso dell’aula universitaria di Sion dove era fissato l’interrogatorio di Jessica Moretti. I familiari delle vittime della strage di Crans-Montana, meno di una decina ma carichi di un dolore incontenibile, si sono scagliati contro i coniugi Jacques e Jessica Moretti, proprietari del locale “Le Constellation”, indagati nell’inchiesta sulla tragedia che ha sconvolto la località alpina.
I due sono arrivati scortati dalla polizia, affiancati dai loro legali. Ma la presenza delle forze dell’ordine non è bastata a contenere l’ondata emotiva. Alla vista della coppia, alcuni parenti si sono precipitati verso di loro gridando: «Avete ucciso i nostri figli». Ne è nato un parapiglia improvviso, fatto di spintoni, urla, accuse lanciate tra le lacrime e sotto l’obiettivo delle telecamere.
Le immagini riprese sul posto restituiscono la dimensione cruda della scena. Una donna urla disperata: «Dov’è mio figlio?». E ancora: «La pagherete cara, assassini». Una voce maschile si sovrappone: «Prendetevi la responsabilità». Poi un’altra accusa, lacerante: «Ce l’avrete sulla coscienza».
Le parole si rincorrono, spezzate dal pianto: «Non bastano i soldi, le vite dei bambini non si comprano. Pagate, assumetevi la responsabilità». È la sintesi di una frattura insanabile tra chi ha perso un figlio e chi, secondo l’accusa, avrebbe dovuto garantire sicurezza e prevenzione.
Lo scontro verbale
Nel caos generale si è consumato anche un drammatico scambio diretto tra una madre e Jacques Moretti. «Siete la mafia, avete pagato 200mila franchi ed è finita!», ha gridato la donna, alludendo a presunti tentativi di chiudere la vicenda con risarcimenti economici.
La replica è arrivata immediata: «No, non c’è mafia, sono un lavoratore».
Ma la madre non si è fermata: «Dov’è mio figlio? Come dormite? Come mangiate? Come respirate? Mio figlio dov’è?». Parole che hanno trafitto il silenzio della piazza e che hanno costretto lo stesso Moretti a una risposta: «Mi dispiace, mi dispiace. Ci prenderemo le nostre responsabilità, siamo qui per la giustizia».
Solo grazie all’intervento deciso degli agenti, la coppia è riuscita a entrare nell’edificio. Dopo alcuni minuti di forte tensione, i familiari si sono allontanati dall’area, lasciando spazio all’avvio dell’audizione.
Un processo che si gioca anche fuori dall’aula
L’episodio di Sion racconta più di una semplice protesta: è il riflesso di una comunità ancora sotto shock, di genitori che attendono verità e responsabilità per una strage che ha segnato in modo irreversibile la memoria collettiva di Crans-Montana.
Mentre dentro l’aula si discute di norme, responsabilità e catene di comando, fuori si consuma un altro processo, quello del dolore. Un processo senza codici né formalità, che si esprime in grida, accuse e domande destinate a restare sospese: «Dov’è mio figlio?».
La giustizia farà il suo corso nelle sedi istituzionali. Ma la scena di Sion dimostra che, per molte famiglie, nessuna sentenza potrà mai restituire ciò che è stato perduto.
