6 Ottobre 2026, martedì
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Rigopiano, l’Appello bis chiude il cerchio: tre condanne e cinque assoluzioni

Dopo quasi otto ore di camera di consiglio la Corte d’Appello di Perugia riscrive il verdetto sulla tragedia del 2017. Due anni agli ex dirigenti regionali Visca, Caputi e Antenucci. Assolto l’ex sindaco di Farindola. Due reati prescritti.

A nove anni dalla valanga che il 18 gennaio 2017 cancellò l’hotel Rigopiano di Farindola, causando la morte di 29 persone, la giustizia d’appello bis prova a mettere un punto – almeno giudiziario – a una delle più gravi tragedie della recente storia italiana. La Corte d’Appello di Perugia, dopo quasi otto ore di camera di consiglio, ha pronunciato una sentenza che ridisegna ancora una volta il quadro delle responsabilità: tre condanne, cinque assoluzioni e due prescrizioni.

A essere condannati a due anni di reclusione sono gli ex dirigenti regionali Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci. Per loro i giudici hanno ravvisato profili di responsabilità legati alla gestione amministrativa e alla catena decisionale che precedette la valanga. Una pena contenuta nella misura, ma dal peso simbolico rilevante, perché riconduce la tragedia anche a responsabilità istituzionali.

Assolti “perché il fatto non costituisce reato” l’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, l’ex tecnico comunale Enrico Colangeli e i dirigenti regionali Giovani, Belmaggio e Primavera. Per questi imputati la Corte ha escluso che le condotte contestate integrassero un illecito penale, segnando un confine netto tra responsabilità amministrativa, eventuale negligenza e rilevanza penale.

Si chiude invece con la prescrizione la posizione degli ex dirigenti della Provincia Di Blasio e D’Incecco: il decorso del tempo ha estinto i reati loro contestati, impedendo una pronuncia nel merito.

Un iter giudiziario complesso

La sentenza dell’appello bis rappresenta l’ennesimo capitolo di un percorso giudiziario tortuoso, segnato da pronunce ribaltate e valutazioni riconsiderate. Il processo Rigopiano ha attraversato fasi alterne, con decisioni che nel tempo hanno ridisegnato la mappa delle responsabilità tra enti locali, strutture tecniche e apparati regionali.

Al centro del procedimento, fin dall’inizio, la valutazione del rischio valanghe in un territorio già messo in ginocchio dal maltempo e da una sequenza sismica in corso. Quel pomeriggio del gennaio 2017, una massa di neve e detriti si staccò dal versante del Gran Sasso e travolse l’albergo, isolato da giorni per le eccezionali nevicate. I soccorsi furono ostacolati dalle condizioni estreme e dall’impraticabilità delle strade.

Nel corso del processo si è discusso a lungo di piani di emergenza, comunicazioni istituzionali, catena di comando e tempestività degli interventi. Temi che hanno intrecciato profili tecnici e giuridici, imponendo ai giudici un delicato bilanciamento tra prevedibilità dell’evento e obblighi di prevenzione.

Il peso delle responsabilità pubbliche

La decisione di Perugia riconosce, almeno in parte, una responsabilità nell’ambito regionale, pur escludendo quella di altri funzionari e degli amministratori locali. È una sentenza che distingue, che seleziona le condotte penalmente rilevanti e che al tempo stesso lascia aperto il dibattito pubblico su quanto il sistema di prevenzione e gestione delle emergenze fosse adeguato.

Per i familiari delle vittime, presenti anche in questa fase processuale, il verdetto rappresenta un passaggio ulteriore in una lunga ricerca di verità e giustizia. Una ricerca che non si esaurisce nella quantificazione delle pene, ma che riguarda il riconoscimento di eventuali omissioni e falle istituzionali.

Una ferita ancora aperta

Rigopiano resta una ferita collettiva. La montagna che si abbatte su una struttura ricettiva piena di ospiti, l’isolamento, le ore interminabili prima dei soccorsi, le immagini dei superstiti estratti dalle macerie: tutto è rimasto inciso nella memoria nazionale.

Con l’appello bis, la giustizia compie un nuovo passo verso la definizione delle responsabilità. Non è detto che sia l’ultimo: la vicenda potrebbe conoscere ulteriori sviluppi in sede di legittimità. Ma il pronunciamento della Corte d’Appello di Perugia segna una tappa decisiva in un procedimento che, per complessità tecnica e impatto emotivo, ha segnato un’epoca.

E mentre le aule di tribunale cercano di chiudere il cerchio, resta la domanda più difficile: se e quanto quella tragedia potesse essere evitata. Una domanda che va oltre le sentenze e chiama in causa l’intero sistema di prevenzione del rischio in un Paese fragile come l’Italia.

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