Roma – Altro che patriottismo economico. Altro che difesa delle filiere strategiche. Nel giorno del question time alla Camera, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso finisce nel mirino delle opposizioni, che trasformano l’Aula in un atto d’accusa contro la politica industriale del governo Meloni.
A brandire il primo affondo è Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che sceglie parole taglienti e un elenco simbolico per inchiodare il ministro alle sue responsabilità.
«Ministro Urso, con lei l’industria italiana è sprofondata nel peggiore degli incubi. La produzione industriale è crollata di oltre il 6% da quando governate. L’Italia è stata saccheggiata e lei ne è il responsabile diretto», attacca l’ex sindaca di Torino, replicando in Aula al titolare del Mimit.
Appendino mette in fila una serie di operazioni industriali che, a suo giudizio, raccontano il tradimento della retorica sovranista: «Vediamolo il suo capolavoro di patriottismo: Iveco consegnata agli indiani, Ita impacchettata ai tedeschi, Tim svenduta agli americani, Piaggio Aerospace regalata ai turchi. Lei non è il difensore del Made in Italy, ha appeso fuori dal ministero il cartello: “Svendiamo tutto per fallimento, saldi di fine stagione”. Non esistono più i sovranisti di una volta».
Un attacco politico che punta al cuore della narrazione identitaria della destra, accusata di aver trasformato la promessa di tutela degli asset strategici in una stagione di cessioni e dismissioni.
I numeri dell’Istat e l’allarme deindustrializzazione
A rafforzare il fronte critico interviene anche il Partito Democratico. In una nota, il responsabile Economia della segreteria nazionale, Antonio Misiani, cita gli ultimi dati Istat sulla produzione industriale: «Certificano una realtà amara: l’Italia è al terzo anno consecutivo di calo e sta soffrendo un processo inarrestabile di deindustrializzazione che il governo continua a ignorare».
Secondo Misiani, il punto non è soltanto la flessione congiunturale, ma la traiettoria strutturale dell’industria italiana: «Di fronte a questo quadro allarmante, l’inerzia dell’esecutivo è semplicemente inaccettabile».
Il bersaglio è ancora una volta il ministro Urso, accusato di aver costruito un impianto teorico privo però di coperture concrete. «Ha presentato in pompa magna il Libro bianco sulle politiche industriali, peraltro con un anno di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Ma alle parole continuano a non seguire i fatti», sostiene l’esponente dem.
Le risorse che si assottigliano
Il cuore della critica riguarda le risorse. La legge di bilancio, osserva Misiani, «ha confermato il drastico ridimensionamento dei fondi del Mimit destinati alle politiche industriali».
I numeri citati sono netti: dai 3,9 miliardi di euro previsti per il 2025 si scenderebbe a 2,1 miliardi nel 2026, fino a poco meno di un miliardo nel 2028. «Un taglio del 75% in tre anni», denuncia il Pd, «con una traiettoria opposta rispetto alle esigenze del sistema produttivo».
In parallelo, le imprese continuano a fare i conti con l’energia. «I costi elevatissimi strozzano le aziende», prosegue Misiani, ricordando l’attesa per il decreto bollette annunciato dal governo. Ma lo scetticismo, avverte, «è d’obbligo» dopo mesi di rinvii e misure giudicate insufficienti.
Restano inoltre aperti i nodi dell’iper ammortamento e della coda del programma Transizione 5.0 per il 2025: «Non è chiaro se esistano risorse sufficienti a coprire tutte le domande presentate, dopo settimane di annunci contraddittori e scelte pasticciate e confuse».
La frattura politica
Il risultato, secondo le opposizioni, è sotto gli occhi di tutti: «Negli ultimi tre anni il sistema manifatturiero italiano ha perso un pezzo dopo l’altro», accusa Misiani. E il governo che si era proclamato “vicino alle imprese” le avrebbe «lasciate sole, senza una strategia credibile e strumenti adeguati».
Nel mirino finisce anche la gestione delle partecipate pubbliche: «Le energie dell’esecutivo sembrano concentrate più sulla lottizzazione dei consigli di amministrazione che sul rilancio dell’industria e dell’occupazione».
La sfida, ormai, è tutta politica. Da una parte la maggioranza rivendica la necessità di attrarre capitali esteri e consolidare gruppi industriali in un mercato globale sempre più competitivo. Dall’altra, M5S e Pd parlano di arretramento strutturale e di un sovranismo evaporato al primo stress test della realtà.
In mezzo, i numeri della produzione industriale e le tensioni di un sistema manifatturiero che resta il secondo d’Europa, ma che oggi mostra crepe profonde. E che, al di là degli slogan, attende una rotta chiara.
