15 Febbraio 2026, domenica
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SuperRicchi e Superflui. Anatomia del capitalismo che implode

Senza redistribuzione dei redditi il capitalismo perde la propria funzione storica. Nella concentrazione estrema delle risorse prende forma un nuovo assolutismo economico e politico, dove pochi dominano e molti diventano superflui.

A cura di Gilberto Borzini

Come scrivevo recentemente, senza un’equa redistribuzione dei redditi il capitalismo non può funzionare per una semplice ragione: ha bisogno di consumatori che, attraverso i loro acquisti, sostengano l’economia. Se i consumatori non dispongono di redditi, non acquistano; e se non acquistano, il capitalismo implode.

È dunque legittimo domandarsi che cosa resti al posto del capitalismo in un sistema economico come l’attuale, nel quale la concentrazione delle risorse è quanto mai evidente e significativa: un sistema neoliberista in cui un’esigua percentuale di super ricchi dispone di patrimoni superiori a quelli della maggioranza assoluta della popolazione mondiale.

SuperRicchi e Superflui

Nella nuova dimensione sociale disegnata da un’economia sperequata e concentrata riemerge una sorta di Ancien Régime: un mondo precedente alla Rivoluzione francese del 1789, restaurato dal Congresso di Vienna nel 1815 dopo la parentesi napoleonica. Al posto della nobiltà e dei cortigiani troviamo oggi i super ricchi e i loro adulatori: immancabili cortigiane e cicisbei, impavidi leccapiedi di professione, perennemente intenti a osannare il potere, qualunque forma esso assuma.

È noto che Alexis de Tocqueville affermò: «Se l’aristocrazia dovesse tornare al potere, ciò avverrebbe tramite i capitalisti». A Joseph Schumpeter spettò invece il compito di evidenziare il rischio che un capitalismo senza controllo potesse autodistruggersi, con buona pace di Marx, che ne immaginava l’implosione come preludio a un mondo comunista migliore. La netta divisione tra ceti estremi, tuttavia, rimodella profondamente tanto la società quanto, inevitabilmente, l’organizzazione politica.

Di fronte a una manciata di super ricchi, in un mondo che si affida sempre più a robotica, telematica e informatica per la produzione su larga scala di beni e servizi, che senso ha la persistenza di miliardi di superflui, fino a ieri utilizzati per il medesimo scopo?

Se è vero che la privatizzazione dello Stato in modalità trumpiana – a cui ho accennato in un precedente articolo – definisce i superflui come coloro che incidono negativamente sui costi dello Stato, quale interesse potrà mai avere uno Stato privatizzato e finanziarizzato nel mantenere orde di soggetti miserabili, questuanti e bisognosi?

Laurea di sopravvivenza

Mentre il popolo persiste in un lungo sonno di mediocrità e pensa a tutto fuorché alla ribellione, il neoliberismo traduce il capitalismo moribondo nella sua forma politica necessaria: un nuovo dispotismo che non prevede dialogo né, tantomeno, democrazia.

Possono salvarsi dalla superfluità soltanto gli addetti alla gestione delle risorse tecnologiche indispensabili al perseguimento degli obiettivi aristocratici.

Se fino a ieri una laurea rappresentava non solo una competenza certificata, ma anche un bagaglio culturale di una certa rilevanza – merito soprattutto delle scuole secondarie del passato più che delle università – oggi le lauree triennali consegnano al mondo un esercito di specialisti tecnicamente adeguati ma culturalmente impoveriti, se confrontati con le generazioni precedenti.

Non è un loro demerito: è la società che desidera individui addestrati, istruiti e immessi nel mondo del lavoro come spiriti acritici e ottimi tecnici, guardando con sospetto tanto il pensiero critico quanto l’intellettuale eclettico. Figure che, operando in modalità libertaria, rischiano di compromettere con il proprio esempio l’inquadramento di impronta quasi militare previsto per i quadri intermedi e per una base prona e obbediente.

Chi non dispone di una laurea viene progressivamente allontanato, esiliato ed escluso, non possedendo qualifiche adeguate alla gestione della complessità tecnologica. Diviene rapidamente un paria, precipita nella superfluità.

La laurea triennale consente così all’individuo, oggi e per ora, di annoverarsi in una nuova classe che non è più la classe media – categoria appartenente a un capitalismo ormai superato – ma una classe tecnica: moderni scribi al servizio del nuovo potere dei faraoni.

Assolutismo per tutti

Non diversamente dai governi dell’Ancien Régime, anche la nuova politica tende inevitabilmente all’assolutismo. Gli imperi sono definiti, gli imperatori anche, e l’organizzazione del potere assume la forma di un organigramma aziendale all’interno di un sistema imperiale orientato alla produzione e alla produttività, alla progressione tecnologica e al brevetto, alla ricchezza dei principi e al potere.

Il resto è superfluo e superato e, come tale, trascurato quando non deliberatamente affossato.

Immaginare un futuro coerente con quel modello che abbiamo chiamato democrazia appare, purtroppo, ingenuo e idealista. La democrazia può appartenere a uno Stato piccolo, non a un vasto impero in competizione con altri imperi; e quando il piccolo Stato risiede nell’orbita imperiale, la sua politica interna diventa insignificante, potenzialmente disturbante e, in quanto tale, soggetta a repressione.

Si continuerà a parlare di Repubblica, ma tale era anche quella disegnata da Platone, che ben poco aveva di democratico. Per Platone il potere era nobiliare, protetto e conservato dai militari, con un accesso limitato alla vita pubblica da parte dei borghesi, e nessuno per gli schiavi. Il loro compito era acconsentire alle scelte dei supremi capi, pena l’ostracismo o, come accadde a Socrate – l’intellettuale critico –, la morte.

Non si chiameranno più, nominalmente, tiranni, ma disporranno del medesimo potere, oggi enormemente agevolato dal lavaggio del cervello permanente esercitato attraverso social media e informazione guidata.

Noi, figli di un baby boom che fu insieme speranza e futuro, abbiamo vissuto un periodo di pausa cui è stato dato il nome di democrazia: una pausa tra dispotismi diversi, figli di un sistema economico che non si accontenta di vincere, ma deve primeggiare, imporsi senza fare prigionieri, senza pietà per i feriti, nella logica ristretta e banale del mero confronto tra costi e ricavi.

Il capitalismo che abbiamo conosciuto è morto. Per paradosso, ci toccherà rimpiangerlo.

Il tavolo e il menù

Qualcuno sostiene che, se non sei seduto al tavolo, fai parte del menù. I superflui sono solo l’antipasto, servito tra svolazzi di code di frac e bianchissimi tovagliati, nel variegato buffet del nuovo ordine mondiale.

Il modello di confronto tra imperi, che la nuova economia definisce come portante, non prevede soste nella sua smania divoratrice: si muove come un blob, fagocitando tutto ciò che incontra, assorbendo ciò che divora e trasformandolo in propria sostanza.

Lo spettacolo è appena iniziato: siamo ai titoli di testa. Prendiamo posto e prepariamoci a uno spettacolo per palati forti.

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