19 Gennaio 2026, lunedì
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Studente ucciso a La Spezia, protesta davanti alla scuola: tensioni, accuse e l’intervento della Digos

La tragedia di Abanoud Youssef scuote La Spezia. Davanti all’istituto Chiodo esplode la rabbia degli studenti: fumogeni, cartelli e accuse alla scuola. La Digos interviene per evitare disordini.

La mattina del 19 gennaio La Spezia si è svegliata attraversata da un dolore che si è trasformato rapidamente in rabbia collettiva. Davanti all’Istituto Domenico Chiodo, dove studiava Abanoud Youssef, il 18enne ucciso a coltellate il giorno precedente, si sono radunati centinaia di studenti provenienti non solo dall’Ipsia, ma anche dal liceo Mazzini, dal Fossati e da altri istituti superiori della città. Nessuno zaino in spalla, ma cartelloni, striscioni e fumogeni accesi: un presidio spontaneo che ha assunto presto i contorni di una protesta accesa.

“I prof sono complici”, recitava uno dei cartelli esposti all’ingresso della scuola, diventato simbolo di un malessere che va oltre il singolo episodio. In un clima carico di tensione, una studentessa, sollevata sulle spalle di un compagno, ha affisso un foglio con la scritta “Vogliamo giustizia” sul portone principale, arrivando poi a chiuderlo. Un gesto immediatamente contestato da un collaboratore scolastico, che ha riaperto le porte ricordando come l’edificio sia un luogo pubblico e debba rimanere accessibile.

A quel punto è stato necessario l’intervento della Digos per riportare la calma ed evitare che la situazione degenerasse. Gli agenti hanno dialogato a lungo con i ragazzi, alcuni dei quali si sono allontanati visibilmente agitati. Alla fine, nessuno è entrato a scuola e le lezioni non hanno avuto luogo, in una giornata segnata più dal silenzio e dalla protesta che dalla didattica.

Il caso Abanoud Youssef

La morte di Abanoud ha scosso profondamente la comunità spezzina. Il giovane è stato ucciso il 18 gennaio in un episodio di violenza che, secondo le prime ricostruzioni investigative, sarebbe maturato in un contesto di tensioni pregresse e conflitti personali. Gli inquirenti stanno lavorando per chiarire ogni aspetto dell’accaduto, dalle responsabilità individuali alle eventuali falle nei sistemi di prevenzione e di segnalazione del disagio.

Per molti studenti, però, il delitto rappresenta l’ennesimo segnale di un malessere diffuso che attraversa le scuole italiane: disagio giovanile, solitudine, conflitti che si radicalizzano e, troppo spesso, sfociano nella violenza.

Reazioni sociali e politiche

Sui social network la protesta è rimbalzata rapidamente, alimentando un dibattito acceso. Da un lato il dolore e la richiesta di giustizia per Abanoud, dall’altro le accuse al sistema scolastico e alle istituzioni, ritenute incapaci di intercettare il disagio prima che esploda. Hashtag dedicati, messaggi di cordoglio e appelli alla sicurezza hanno invaso le piattaforme digitali nel giro di poche ore.

Anche la politica è intervenuta. Amministratori locali e rappresentanti nazionali hanno espresso vicinanza alla famiglia della vittima e alla comunità scolastica, rilanciando il tema della sicurezza nelle scuole e della necessità di rafforzare strumenti di prevenzione, supporto psicologico e mediazione dei conflitti. Al centro del confronto pubblico ci sono le cause e le concause di episodi sempre più frequenti: dalla fragilità emotiva degli adolescenti al ruolo della famiglia, dalla carenza di educatori e psicologi scolastici fino al peso di un clima sociale segnato da tensioni e marginalità.

La protesta davanti all’istituto Chiodo, con il suo carico di rabbia e dolore, non è stata solo la reazione a un fatto di cronaca nera, ma il segnale di una domanda collettiva che chiede ascolto: giustizia per una vita spezzata e risposte concrete per evitare che tragedie simili si ripetano.

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