La vicenda giudiziaria che coinvolge una lavoratrice di 51 anni e il suo superiore al Lanificio Ferla Egidio di Valdilana (Biella) prende una piega inattesa: la procura ha chiesto l’archiviazione della denuncia per presunte molestie sessuali e maltrattamenti, evidenziando lacune e imprecisioni nei resoconti della donna.
Secondo gli inquirenti, non sarebbe chiaro se il contatto contestato sia avvenuto “sul seno, zona erogena”, o appena sotto, “zona non erogena”, una distinzione che incide sulla configurabilità del reato. Dubbi analoghi riguardano altri episodi segnalati: in alcune parti della querela, la donna racconta di essere stata “sfiorata” sul fondoschiena o toccata in maniera “lasciva”, ma senza fornire dettagli precisi su tempi, modalità e circostanze.
La dipendente aveva denunciato una serie di condotte vessatorie e sessualmente moleste che risalirebbero al settembre 2013, quando avrebbe respinto avances del capo reparto. Nella querela si cita uno spettro di comportamenti offensivi: battute sessuali, riferimenti inopportuni e richieste di prestazioni sessuali esplicite, tra cui frasi del tipo “Me la dai?” o “Mi pensi durante i fine settimana”. In un episodio particolarmente inquietante, l’uomo si sarebbe abbassato i pantaloni sotto la scusa di mostrare il rigonfiamento di un’ernia inguinale, costringendo la dipendente a rifugiarsi in bagno.
Nonostante la gravità dei fatti denunciati, per il pm l’accusa di maltrattamenti non regge. L’argomentazione principale è che un’azienda con oltre quaranta dipendenti rappresenta “un luogo di lavoro, non un ambiente familiare o para-familiare”, e che quindi alcuni comportamenti, pur inappropriati, non configurerebbero di per sé un reato penale. A pesare ulteriormente è il ritardo nella presentazione della querela, arrivata a luglio 2024, quattro mesi dopo le dimissioni della donna.
La 51enne aveva spiegato di non aver denunciato prima per timore di perdere l’unica fonte di sostentamento, aggravata da un infortunio sul lavoro del marzo 2017 e dalla diagnosi di sclerosi multipla ricevuta pochi mesi dopo, che l’avevano costretta a cambiare mansione e a periodi di inattività forzata. La mancanza di testimoni diretti, ad eccezione di un’altra dipendente che ha riferito comportamenti anomali del capo nei confronti della vittima, ha ulteriormente indebolito il fascicolo: i racconti sono stati ritenuti “vaghi e non collocabili nel tempo e nello spazio”.
Una vicenda delicata, dunque, che mette in luce le difficoltà di tradurre in termini penali situazioni di molestie sul lavoro quando mancano prove precise e testimonianze corroboranti. La richiesta di archiviazione non chiude del tutto il dibattito sul tema, ma segna per il momento una battuta d’arresto per la denuncia presentata dalla lavoratrice.
