A cura di Gilberto Borzini
In un recente saggio, “Aspetti di economia ambientale per il turismo”, domandavo al lettore come fosse quantificabile un Paesaggio.
Non esiste ovviamente una risposta precisa, anche perché la Natura non dispone di personalità giuridica ma nella misurazione valgono esclusivamente i valori dell’economia fondiaria umana.
La Montagna, quella con la M maiuscola, era fino a pochi decenni fa una sorta di Santuario in cui la maestosità del paesaggio produceva una fede silenziosa e interiorizzata, un dialogo costante tra l’individuo e l’incommensurabile. Decenni addietro l’idea di “scalare una montagna” equivaleva ad offendere le divinità che abitavano le vette, e per questo motivo nelle religiosissime aree tibetane si rischiava seriamente di non trovare sherpa disposti a partecipare l’offesa.
Ma il dio-denaro può tutto e così non solo gli sherpa oggi trascinano zaini fino ai campi base himalaiani ma intere vallate, alpine e non, hanno cambiato forma, struttura e paesaggio, divelto foreste per fare spazio agli impianti di risalita e alle piste di discesa, consumato milioni di metri cubi di risorse idriche per “fare la neve” con i cannoni in assenza di innevamento naturale, assorbito montagne di kilowatt per trascinare in altitudine gli sciatori, spostare funivie e cabinovie,consumato cisterne di gasolio per alimentare i “gatti” che battono le piste.
E poi gli alberghi cresciuti come prataioli, i rifugi trasformati in accoglienti ristoranti con dehor, la vita notturna per sciatori e accompagnatori.
Il business del turismo della Montagna ha travolto il concetto stesso di montagna.
Ma non basta.
In occasione dei giochi olimpici invernali di Torino 2006, cui presi parte come consulente dell’Assessorato ai Trasporti della Regione Piemonte, emerse – tra gli altri – il fatto che il traffico veicolare privato medio nelle normali stagioni invernali tra Oulx (a valle) e Sauze d’Oulx (a monte) superava i 2 milioni di vetture, con relativi inquinamenti e problematiche tanto ambientali che di parcheggio, trasformando una ridente Valle di Susa in una sorta di camera a gas open-air.
Ma il peso economico degli Sponsor e dei tantissimi produttori di articoli sportivi connessi alle attività praticabili sulla neve e sul ghiaccio resero ignota la portata di quei valori, mentre gli interessi attuali di tutti gli attori economici glissano con sagacia sull’argomento.
Produttori di sci, attacchi, lamine, scioline, slitte, abbigliamento sportivo, tute, doposci, scarponi, snowboard, creme solari, stick per le labbra, guanti, sciarpe e calzettoni sgomitano per ottenere visibilità, per partecipare alla ricaduta economica che il modello di business produce.
Imponenti nuove costruzioni edificate per l’evento furono poi smantellate, o ancora, come la pista da Bob di Cesana, segnano il territorio come cicatrici irremovibili.
Il quartiere olimpico in Torino finì con l’essere in gran parte occupato da nonaventidiritto e, in ultima analisi, le aree dedicate agli eventi olimpici non ebbero particolari mutamenti nella movimentazione turistica post evento, ovvero dimostrarono per l’ennesima volta che il turismo nel territorio olimpico non definisce un miglioramento nei dati negli anni successivi all’evento.
Intanto nuovi alberghi e nuovi residence, nuovo cemento e nuovi inquinamenti, nuovi riscaldamenti e rifiuti urbani si sommano al pregresso e preesistente.
Ora arrivano le Olimpiadi di Milano e Cortina, gioielli del mondo VIP, luoghi sempre meno accessibili e abitabili ai normo-retribuiti, e le avvisaglie lanciate dalla Procura di Milano in materia di sgarbi edilizi non sono davvero poche, come non pochi sono quei costi lievitati di progetti olimpici milionari a cui, gioco forza, Pantalone dovrà fare fronte.
Piccoli scempi paesaggistici e normativi costellano le attività, con particolare reiterazione di costruzioni semipermanenti in aree montane notoriamente esondabili o in prossimità di conclamate paleofrane.
Villaggi olimpici già disertati dalle squadre nazionali sorgono come casematte dove non dovrebbero esservi costruzioni.
Ma il Business impera e davanti al denaro prodotto anche solo dai diritti televisivi, per non dire degli sponsor, tutto arretra, tutto si arrende.
Le Olimpiadi invernali sono il Grande Business dell’articolato pianeta montano, dello sfruttamento ludico della montagna, di un vivere la montagna come fosse un Parco Giochi, del mancato rispetto della natura, degli scenari e dei paesaggi, dell’immenso sistema economico che attorno alla neve si è generato e produce ricchezza.
Lo “sport”, nella sua accezione più pura, è solo un accessorio olimpico, il palinsesto necessario che l’emittente produce per giustificare i costi pubblicitari; così come ormai lo sport è sempre più elemento accessorio e ludico nelle diverse forme di turismo della neve, turismo certamente motore economico di importanti aree altrimenti residuali ma invasivo e deturpante, energivoro e inquinante.
