2 Ottobre 2026, venerdì
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Fine vita, la Consulta promuove la legge toscana ma ne corregge i confini. Giani: «Lo Stato è rimasto assente su un tema cruciale»

La Corte costituzionale salva l’impianto della norma regionale, ma ne boccia alcune parti: restano i limiti delle competenze statali. Giani rivendica la scelta toscana e accusa l’inerzia del governo.

La legge della Toscana sul fine vita supera l’esame della Corte costituzionale, ma non senza rilievi. La Consulta ha stabilito che il provvedimento regionale non è illegittimo nel suo complesso, riconoscendone la coerenza con la potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute. Tuttavia, diverse disposizioni sono state giudicate in contrasto con le competenze riservate allo Stato e, dunque, costituzionalmente illegittime.

Nel pronunciamento, i giudici costituzionali chiariscono che l’impianto generale della norma toscana è finalizzato a disciplinare, in modo uniforme, l’assistenza fornita dal servizio sanitario regionale alle persone che chiedono di essere aiutate a morire. Si tratta, secondo la Corte, di regole prevalentemente organizzative e procedurali, pensate per dare risposte certe e tempi definiti a richieste che, fino ad oggi, si sono spesso scontrate con vuoti normativi e prassi disomogenee.

Il nodo critico, però, riguarda il perimetro delle competenze. Alcuni passaggi della legge, osserva la Consulta, oltrepassano i confini dell’autonomia regionale, invadendo ambiti che la Costituzione riserva alla legislazione statale. Da qui la decisione di salvare l’ossatura del testo, ma di censurarne le parti che eccedono il ruolo delle Regioni.

Soddisfazione, seppur con amarezza, nelle parole del presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani. «Il governo voleva abrogare la legge – ha commentato – ma la Corte ha riconosciuto la legittimità del nostro intervento. Resta un dato politico evidente: su un tema così delicato si è registrata l’assoluta assenza dello Stato». Un’accusa che rilancia il dibattito nazionale sul fine vita, da anni sospeso tra sentenze, iniziative regionali e una legge statale che ancora non c’è.

La decisione della Consulta, di fatto, conferma che le Regioni possono intervenire sul piano organizzativo e sanitario, ma ribadisce anche la necessità di un quadro normativo nazionale capace di garantire diritti, uniformità e certezza giuridica. Un richiamo diretto al Parlamento, chiamato a colmare un vuoto che continua a pesare sulle istituzioni e, soprattutto, sulle persone coinvolte.

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