Definire “straordinario” il piano di reclutamento per università ed enti di ricerca inserito dalla maggioranza nella legge di bilancio richiede, secondo il Partito democratico, «una discreta faccia tosta». È l’affondo di Alfredo D’Attorre, responsabile Università e Ricerca nella segreteria nazionale del PD, che in una nota smonta punto per punto l’emendamento governativo, giudicato largamente inadeguato rispetto alle reali necessità del sistema.
I numeri, osserva D’Attorre, parlano da soli. A fronte di oltre 30.000 ricercatori precari che stanno uscendo o sono destinati a uscire dal sistema con la conclusione del PNRR, le risorse previste risultano «ridicolmente insufficienti». Per le università pubbliche il piano stanzia complessivamente 50 milioni di euro in due anni: 11,3 milioni nel 2026 e 38,7 milioni nel 2027. Ancora più esigua la dote per gli enti pubblici di ricerca, che potranno contare su meno di 9 milioni complessivi, suddivisi in 7,3 milioni nel 2026 e 1,5 milioni nel 2027.
A rendere il quadro ancora più controverso è, secondo l’esponente dem, la scelta di destinare una quota di questi fondi anche alle università private: 2 milioni di euro che, in presenza di risorse così limitate, appaiono «difficilmente giustificabili». Ma non è tutto. Il piano rischia di rimanere in larga parte sulla carta a causa dell’obbligo imposto ad atenei ed enti di ricerca di cofinanziare per il 50% le nuove assunzioni utilizzando le proprie facoltà assunzionali. «Nelle condizioni attuali – sottolinea D’Attorre – questo meccanismo renderà di fatto inutilizzabile una parte significativa delle già scarse risorse disponibili».
Sul futuro immediato, poi, incombe un ulteriore vincolo. Dal 2026 il governo ha previsto l’estensione anche ai ricercatori del blocco del turnover al 75%. Una misura che, ricorda D’Attorre, ha già prodotto effetti paradossali: quest’anno, con il blocco applicato ai soli docenti, le università sono state costrette a restituire allo Stato circa 50 milioni di euro non spesi.
Per il responsabile Università e Ricerca del PD, se davvero si volesse dare una risposta minima ma concreta alla crisi del reclutamento, il governo dovrebbe imboccare tutt’altra strada. «Anche in assenza di un vero piano straordinario – conclude – sarebbe almeno necessario rimuovere il limite del 75% al turnover per i ricercatori e consentire agli atenei di trattenere le risorse risparmiate con la limitazione del turnover dei docenti». Solo così, avverte, si potrebbe evitare che l’ennesimo annuncio si traduca in un’occasione persa per il futuro della ricerca pubblica italiana.
