3 Ottobre 2026, sabato
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Meloni usa Atreju per intestarsi Abu Mazen: propaganda domestica senza conferme da Ramallah

La premier trasforma la presenza del leader palestinese in un’autocelebrazione della propria politica estera, ma da Abu Mazen non arrivano attestazioni ufficiali che confermino la lettura del governo italiano.

La scena è quella di Atreju, il palcoscenico politico per eccellenza della destra. E Giorgia Meloni non perde l’occasione per trasformare l’arrivo di Abu Mazen in un argomento da rivendicare davanti alla propria platea, confezionandolo come una sorta di legittimazione internazionale del suo operato. È lei, e solo lei, a sostenere che la presenza del presidente dell’Autorità nazionale palestinese “fa giustizia di tante falsità” rivolte al governo negli ultimi due anni. Un’affermazione che, però, nasce nel vuoto: da Abu Mazen non è giunta alcuna nota ufficiale che accrediti un giudizio positivo sull’esecutivo italiano o sul suo ruolo nel dossier mediorientale.

Meloni, dal palco, invita il pubblico di Atreju ad accogliere il leader palestinese come fosse una conferma vivente della bontà delle scelte compiute da Palazzo Chigi. La premier insiste sul valore politico dell’evento, ma la rilettura che propone è tutta interna al racconto che da tempo alimenta: quello di un’Italia “centrale e protagonista” nel percorso verso la pace e la prospettiva dei due Stati. Una narrazione che la premier ripete con convinzione, come se la semplice presenza di Abu Mazen ne fosse la prova materiale.

Il dato di fatto, però, è che nessuna dichiarazione proveniente dalla leadership palestinese accredita la versione di Meloni. Nessun riconoscimento formale del ruolo dell’Italia, nessuna conferma di quella centralità diplomatica che la premier rivendica. Il risultato è uno scarto evidente tra la propaganda domestica e la realtà della scena internazionale.

Atreju, così, diventa l’ennesimo palco in cui Meloni costruisce il proprio racconto politico, utilizzando la presenza di un interlocutore straniero per ribaltare le critiche e presentarsi come attore decisivo nello scacchiere mediorientale. Ma il sigillo che la premier vorrebbe incassare non arriva: Abu Mazen, almeno per ora, non certifica nulla.

Resta dunque la sensazione di un messaggio unilaterale, più utile a rafforzare la narrazione di governo che a descrivere l’effettivo posizionamento dell’Italia. E mentre Meloni rilancia la sua immagine di mediatrice globale, la diplomazia palestinese tace. Una distanza che rende ancora più evidente la natura tutta politica, e tutta domestica, dell’operazione messa in scena alla kermesse della destra.

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