6 Ottobre 2026, martedì
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Il medico che curò Messina Denaro durante la latitanza condannato a quindici anni

Per i giudici conosceva la vera identità del paziente che curava da anni. La sentenza del tribunale di Marsala chiude uno dei capitoli più delicati dell’ultimo tratto di fuga del boss di Cosa nostra.

Il tribunale di Marsala ha inflitto quindici anni di carcere ad Alfonso Tumbarello, il medico di base di Campobello di Mazara che per anni ha avuto in cura Matteo Messina Denaro durante il suo percorso oncologico, in piena latitanza. Una condanna pesante, maturata al termine di un processo che ha cercato di far luce sull’ultima, insospettabile rete di protezione di cui il capomafia ha goduto fino alla cattura del 16 gennaio 2023.

Secondo i giudici, Tumbarello non era un semplice sanitario ignaro di chi si trovasse davanti. La sentenza sostiene che conoscesse la vera identità del paziente che si presentava con documenti falsi e che, nonostante ciò, ne aveva garantito l’assistenza medica, diventando un tassello decisivo per consentire al boss di continuare a muoversi nell’ombra pur affrontando cure delicate e ravvicinate.

Le indagini hanno ricostruito un rapporto di lunga durata, non limitato alla sola gestione del tumore al colon, ma fatto di visite, ricette e certificazioni che secondo l’accusa avrebbero permesso a Messina Denaro di curarsi senza mai interrompere la latitanza. Il momento chiave risale al novembre 2020, quando Tumbarello visitò di persona il boss, avallando così un sistema di cure che si sarebbe protratto per altri due anni, fino alla cattura a Palermo.

Quella mattina di gennaio, il latitante più ricercato d’Italia uscì dalla clinica dove era in terapia, ormai debilitato dalla malattia ma convinto di potersi ancora muovere all’interno di una rete di protezioni collaudate. Nove mesi dopo sarebbe morto in ospedale, sotto custodia, senza aver mai rivelato ai magistrati i nomi dei suoi ultimi complici.

La condanna a Tumbarello rappresenta un passaggio cruciale nel tentativo di comprendere come un capo di Cosa nostra sia riuscito a vivere per decenni indisturbato in mezzo alle campagne trapanesi, protetto da un sistema di complicità che, secondo la magistratura, coinvolgeva insospettabili figure della vita quotidiana.

La sentenza di Marsala, destinata probabilmente a proseguire il suo iter nei successivi gradi di giudizio, si inserisce in questo mosaico. E aggiunge un tassello che pesa come una pietra: la latitanza di Messina Denaro non sarebbe stata possibile senza l’apporto di chi, pur potendo riconoscere la verità, scelse di non vedere.

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