«Me ne vado, porto con me mamma, così ti faccio un dispetto.»
È il messaggio che Andrea, trentacinque anni, si è visto recapitare sabato mattina sul telefono. Una frase che oggi pesa come un macigno, perché porta la firma di Antonio Iacobellis, l’ex sottufficiale dell’Aeronautica che poche ore dopo avrebbe ucciso Stefania Terrosi, compagna dalla quale si stava allontanando, prima di togliersi la vita. Un ultimo testo intriso di rancore, che non lascia spazio a dubbi sulle intenzioni dell’uomo e che Andrea ha scelto di rendere pubblico in un’intervista al Messaggero, nel tentativo di dare un nome al dolore e al vuoto che lo hanno travolto.
La mattinata di sabato, nelle parole del figlio, assume la forma di una sequenza ordinaria tramutata in tragedia. Andrea ricostruisce ogni passaggio con lucidità, quasi a voler trovare un appiglio, una crepa della memoria che possa restituirgli un senso. Racconta che da mesi tra lui e Iacobellis non esistevano più rapporti. Una distanza netta, fatta di incomprensioni e tensioni crescenti, che Stefania aveva provato a dipanare chiedendo all’uomo di prendersi un periodo di riflessione. Non una rottura definitiva, ma il bisogno di recuperare spazio e tempo, di riorganizzare quella relazione sempre più appesantita.
Nelle sue parole emerge il tentativo della madre di gestire con equilibrio una situazione che le sfuggiva di mano. Aveva confidato al figlio il proprio malessere, quella sensazione di vivere accanto a un uomo che non accettava l’idea del distacco. Ed è proprio quel rifiuto del limite, quella volontà di non lasciar andare, a farsi detonatore di una violenza che avrebbe finito per travolgere entrambi.
Il messaggio ricevuto da Andrea, con cui Iacobellis annunciava la fuga e insieme la minaccia finale, appare come l’ultimo tassello di una spirale che si era già messa in moto. Una frase studiata per ferire, per colpire il punto più vulnerabile: il legame madre-figlio. Non un addio, ma un avvertimento. Non un gesto disperato, ma un atto di dominio estremo.
Nel piccolo centro di Po’ Bandino, dove la comunità si è stretta intorno ai familiari, la vicenda ha assunto sin da subito la dimensione di un dramma collettivo. Nelle parole di chi conosceva Stefania e intercettava da tempo il suo disagio, riaffiora il tentativo di chiedere aiuto, di tenere insieme ciò che stava cedendo. L’omicidio-suicidio ha lasciato una ferita profonda, ma anche numerosi interrogativi sulle dinamiche di un rapporto sbilanciato e sull’incapacità di riconoscere in tempo i segnali di un’escalation.
Andrea, con la sua testimonianza, restituisce un frammento di verità che non consola ma illumina. Racconta la madre come una donna che aveva scelto la via del dialogo, che non pensava di essere in pericolo, che voleva solo mettere ordine nella propria vita. E descrive Iacobellis come un uomo che non aveva accettato quella decisione, fino a trasformarla in un pretesto per esercitare un potere totale.
La storia di Città della Pieve è l’ennesima che si consuma dentro casa, tra persone che si sono amate, tra equilibri fragili che si rompono fino a generare violenza. Ma è anche una storia che si deve raccontare con precisione, lasciando parlare i fatti e le parole rimaste sospese. Come quelle di un messaggio che, oggi, suona come una sentenza: un dispetto trasformato in un crimine irreversibile.
