La piazza scelta per l’esecuzione si è riempita all’alba, quando le autorità iraniane hanno dato corso alla sentenza di morte emessa contro un uomo riconosciuto colpevole dello stupro di due donne a Bastam, nella provincia di Semnan. L’impiccagione, avvenuta in pubblico, è stata confermata dal capo della magistratura provinciale, Mohammad Akbari, citato dall’agenzia Mehr.
Secondo la ricostruzione fornita dagli inquirenti, l’uomo avrebbe attirato le vittime in una trappola nel 2022, approfittando della loro fiducia prima di violentarle. Dopo gli abusi, le avrebbe minacciate, cercando di costringerle al silenzio con la promessa di rovinarne la reputazione, una leva particolarmente potente in un contesto sociale in cui la stigmatizzazione può avere conseguenze devastanti sulla vita delle donne. Le denunce presentate hanno portato all’arresto, al processo e infine alla condanna dell’uomo.
La magistratura locale ha sottolineato la gravità dei reati contestati, rimarcando la volontà di dare un segnale sulla severità della risposta giudiziaria ai crimini sessuali. In Iran, dove la pena capitale è prevista per una vasta gamma di delitti, le esecuzioni pubbliche continuano a essere utilizzate come strumento di ammonimento collettivo, nonostante le critiche delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.
La vicenda riaccende il dibattito, dentro e fuori il Paese, sul ricorso alla pena di morte e sulle condizioni delle vittime di violenza sessuale in Iran, costrette spesso a confrontarsi con barriere culturali, timori di emarginazione e una giustizia che, pur intervenendo in alcuni casi con estrema durezza, non sempre garantisce protezione e tutela effettiva. L’esecuzione di Bastam si inserisce così in un quadro complesso, dove repressione penale, pressione sociale e diritti negati continuano a intrecciarsi senza trovare un equilibrio stabile.
