L’Italia continua a fare i conti con un’eredità che affonda le radici nel dopoguerra e che, nonostante decenni di interventi legislativi e campagne civili, non accenna a ridimensionarsi. Gli ultimi indicatori Bes diffusi dall’Istat, aggiornati al 2022, certificano un dato che pesa come un macigno su urbanistica, sicurezza e qualità dello sviluppo: ogni cento nuove abitazioni, quindici risultano costruite senza le autorizzazioni necessarie. È un rapporto che conferma la natura strutturale dell’abusivismo edilizio, fenomeno già messo in luce dagli studi di settore e che l’Istat definisce “sostanzialmente invariato”.
La geografia dell’illegalità edilizia continua a dividere il Paese in tre fasce nette. Il Nord presenta livelli contenuti di irregolarità, con 4,6 immobili fuori norma ogni cento nuove costruzioni. Il Centro si colloca esattamente sulla media nazionale, con 14,7 casi su cento. Il vero salto avviene al Sud, dove la quota sale al 40 per cento, con punte impressionanti: Basilicata e Calabria guidano la classifica con 54 edifici irregolari su cento, seguite a poca distanza dalla Campania, che si attesta a 50,4.
Il quadro deriva da un’elaborazione dell’Istat basata su un’analisi del Cresme, relativa al 2022, l’ultima disponibile. È la conferma di un nodo irrisolto che da oltre settant’anni attraversa il Paese, dai tempi delle battaglie civili di Antonio Cederna contro il cemento selvaggio alle più recenti denunce ambientaliste. E proprio sul fronte dell’effettiva repressione, i dati mostrano un altro punto dolente: secondo Legambiente, soltanto il 15,3 per cento dei 70.751 immobili abusivi colpiti da ordine di demolizione è stato realmente abbattuto. Il resto rimane dov’è, in un limbo fatto di ritardi amministrativi, ricorsi e, talvolta, inerzie politiche.
Nel frattempo, il tema del condono torna ad affacciarsi nel dibattito pubblico. Il vicepremier e ministro Matteo Salvini ha rilanciato l’ipotesi di applicare un meccanismo di silenzio-assenso con validità semestrale per le pratiche di condono presentate nel 2003, e in alcuni casi persino a quarant’anni di distanza, che gli enti locali non hanno ancora definito. L’obiettivo dichiarato è smaltire “milioni di pratiche arretrate”, come riferito dallo stesso leader della Lega, che individua nell’inerzia amministrativa e non in nuovi condoni la radice del problema. La proposta, pur non comparendo negli emendamenti attualmente depositati, potrebbe trovare spazio nella legge di Bilancio alle porte dell’iter parlamentare.
Secondo Salvini, sei mesi dovrebbero essere il limite massimo per una risposta degli enti locali. Oltre quella soglia, scatterebbe il silenzio-assenso, traducendosi nel riconoscimento automatico di diritti e permessi per gli immobili interessati. Una prospettiva che, tuttavia, apre un fronte di forte opposizione. Il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, avverte che una norma del genere rischierebbe di equiparare ogni tipo di abuso, autorizzando anche costruzioni sorte in aree tutelate o addirittura in zone a elevato rischio idrogeologico, dove l’irregolarità edilizia può trasformarsi in una minaccia concreta alla sicurezza delle persone.
Ciafani non nega le difficoltà operative in cui versano gli uffici tecnici dei Comuni italiani, spesso privi di personale adeguato. Ma proprio per questo sostiene che la priorità dovrebbe essere il rafforzamento delle strutture amministrative, non l’introduzione di automatismi che, di fatto, alleggerirebbero il controllo pubblico. A dimostrarlo, afferma, è il fatto che in quasi tutti i Comuni, anche quelli amministrati dalla Lega, le pratiche dei tre condoni nazionali del 1985, 1994 e 2003 non sono ancora state evase.
Nel Paese in cui l’abusivismo edilizio continua a scavare un solco tra legalità e gestione del territorio, i numeri dell’Istat riportano in primo piano una questione che attraversa politica, pianificazione urbanistica e tutela ambientale. Una questione che, ancora una volta, chiede risposte non più rinviabili.
