6 Ottobre 2026, martedì
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Tajani: “L’Italia lavora per la soluzione dei due Stati”. Ma Roma resta in bilico tra diplomazia e ambiguità

Il ministro degli Esteri ribadisce in un’intervista a “The Peninsula Qatar” l’impegno del governo per la pace in Medio Oriente e il sostegno alla soluzione dei due Stati. Tuttavia, il dibattito interno sull’effettiva coerenza della linea italiana resta più acceso che mai.

L’Italia, assicura Antonio Tajani, continua a credere nella soluzione dei due Stati come unica via per garantire una pace duratura tra Israele e Palestina. In un’intervista rilasciata al quotidiano “The Peninsula Qatar”, il vicepremier e ministro degli Esteri ribadisce la posizione di Roma, rivendicando il ruolo di mediazione del nostro Paese nello scenario mediorientale.

“L’Italia ha sempre lavorato per la soluzione a due Stati, collaborando a stretto contatto con tutti gli attori rilevanti della regione, e continuerà a farlo”, ha affermato Tajani, descrivendo un’Italia diplomatica, dialogante e coerente con la sua tradizione di equilibrio.

Il riconoscimento della Palestina, tra principio e condizione

Il nodo centrale resta però quello del riconoscimento formale dello Stato di Palestina, una questione che divide da anni l’Europa e, oggi più che mai, la politica italiana. “Come indicato dall’ultima risoluzione del Parlamento – ha spiegato Tajani – l’Italia riconoscerà la Palestina quando sarà completato il processo di restituzione dei resti degli ostaggi e quando Hamas rinuncerà a qualsiasi presenza politica e militare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.”

Una posizione che intreccia la diplomazia con la prudenza, ma che di fatto subordina il riconoscimento a condizioni difficilmente realizzabili nel breve termine. Roma, insomma, si dice favorevole alla nascita di uno Stato palestinese, ma non ora, non così, e non finché Gaza resterà un terreno di conflitto armato e di potere.

Un equilibrio sottile tra parola e realtà

Nell’intervista, Tajani ha difeso la linea del governo, che – sostiene – “dialoga con tutti i partner regionali” per favorire una soluzione politica condivisa. L’Italia, ha aggiunto, “resta fedele ai suoi valori di pace e cooperazione”, ponendosi come intermediario tra le istanze occidentali e quelle arabe.

Eppure, dietro la retorica della neutralità, si nasconde una posizione tutt’altro che semplice. Da un lato il governo Meloni conferma il sostegno al diritto di Israele alla difesa dopo gli attacchi di Hamas; dall’altro cerca di mantenere aperti i canali diplomatici con il mondo arabo, consapevole che un eccessivo sbilanciamento rischierebbe di isolare Roma nello scacchiere mediterraneo.

Il contesto internazionale e le pressioni interne

Le parole di Tajani arrivano in un momento in cui l’Europa è spaccata tra la solidarietà a Israele e la richiesta crescente di un cessate il fuoco. In Italia, la tensione è palpabile: manifestazioni, appelli e prese di posizione pubbliche hanno spinto il governo a modulare i toni. Una correzione di rotta che molti osservatori leggono come una risposta tardiva a un’opinione pubblica sempre più critica verso la linea ufficiale.

La diplomazia italiana, come spesso accade, cerca di tenere insieme due fronti: quello dell’alleanza atlantica, imprescindibile per la sicurezza nazionale, e quello della sensibilità mediterranea, che guarda con attenzione al mondo arabo e alla crisi umanitaria di Gaza.

Una pace difficile da immaginare

Sul piano politico, la “soluzione dei due Stati” resta un mantra più evocato che perseguito. Da anni, nessun negoziato concreto ha riportato israeliani e palestinesi al tavolo della pace. L’Italia, pur dichiarandosi pronta a fare la propria parte, non dispone della forza politica per incidere realmente su un equilibrio che si gioca tra Washington, Tel Aviv e le grandi potenze regionali.

Tajani insiste nel definire Roma “un ponte di dialogo”, ma i fatti, almeno finora, raccontano un Paese prudente, spesso silenzioso, e solo di recente più attento al peso dell’opinione pubblica.

La distanza tra le parole e la realtà

Nell’intervista al quotidiano qatariota, il ministro ha ricordato che la politica estera italiana è “guidata dalla responsabilità e dal realismo”. Una dichiarazione che suona come un invito alla cautela, ma che inevitabilmente riapre il dibattito sulla coerenza dell’azione di governo: da un lato la solidarietà alle vittime di Gaza e il sostegno umanitario, dall’altro la continuità dei rapporti con il governo Netanyahu, mai apertamente criticato per la gestione militare del conflitto.

In questa tensione tra parole e fatti, la posizione italiana appare come un esercizio di equilibrio diplomatico: ferma nel principio, esitante nella pratica.

E mentre Tajani ribadisce che “l’Italia continuerà a lavorare per la pace e la stabilità”, a casa la reazione è tutt’altro che unanime. Le sue parole – pronunciate con il tono della moderazione diplomatica – hanno suscitato commenti contrastanti e non poca ironia.

Perché, come molti osservano, in Italia la sensibilità per il dramma palestinese è cresciuta solo quando mezza nazione è scesa in piazza, costringendo il governo a un parziale cambio di tono. Non una virata contro Netanyahu, ma un aggiustamento tattico, utile a placare le critiche senza alterare i rapporti con Israele.

E così, alla fine, restano le dichiarazioni solenni e le promesse di equilibrio. Ma dietro la diplomazia perfetta, si intravede ancora il gioco delle tre carte. Le parole di Tajani fanno venire la pelle d’oca in Italia: solo il tempo, come sempre, svelerà la verità.

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