Venezia – Sei mesi di reclusione, pena sospesa, e interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, anch’essa con sospensione condizionale. È la condanna decisa dalla Corte d’Appello di Venezia nei confronti di Andrea Bacciga, ex consigliere comunale di Verona, accusato di aver rivolto un saluto romano alle attiviste del movimento “Non una di meno” durante una seduta del Consiglio comunale nel luglio del 2018.
La sentenza di secondo grado ribalta completamente l’assoluzione pronunciata nel novembre 2022 dal Tribunale di Verona, che aveva ritenuto il gesto di Bacciga privo di intento propagandistico e di qualsiasi capacità di incitamento. I giudici veneziani, invece, hanno riconosciuto nella condotta dell’ex consigliere un atto dal chiaro valore simbolico e politico, configurando una violazione dell’articolo 5 della legge Scelba, che punisce le manifestazioni riconducibili al disciolto partito fascista o a organizzazioni di ispirazione nazista.
L’episodio risale al 26 luglio 2018, durante una concitata seduta del Consiglio comunale a Palazzo Barbieri. All’ordine del giorno vi erano due mozioni della Lega volte a garantire maggiore spazio alle associazioni cattoliche contrarie all’interruzione volontaria di gravidanza. In segno di protesta, un gruppo di attiviste di “Non una di meno”, vestite da ancelle come nel celebre romanzo e nella serie “The Handmaid’s Tale”, manifestava all’esterno dell’edificio contro quella che riteneva una minaccia ai diritti delle donne.
All’ingresso in sala Gozzi, Bacciga – allora consigliere del gruppo Battiti – fu accolto da fischi e contestazioni. Secondo quanto ricostruito dagli atti, reagì alzando il braccio destro in un gesto di saluto romano rivolto verso le attiviste assiepate nel loggione. Un’azione che in pochi secondi suscitò polemiche e portò all’apertura di un’inchiesta da parte della Procura di Verona.
Nel processo di primo grado, conclusosi con l’assoluzione, il Tribunale – presieduto dal giudice Alessia Silvi – aveva ritenuto che il gesto, pur riconoscibile nella sua forma, fosse privo di finalità di proselitismo e non avesse “alcuna attitudine di raccolta di consensi”, considerandolo piuttosto una reazione impulsiva alle contestazioni ricevute.
Contro quella decisione, tuttavia, presentarono appello sia la Procura di Verona, allora guidata dal procuratore capo reggente Bruno Bruni, sia le parti civili: l’Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti (Aned) e tre attiviste di “Non una di meno”, assistite dall’avvocata Federica Panizzo. Durante l’udienza d’appello, la Procura generale e le parti civili hanno insistito sulla valenza “propagandistica e simbolica” del gesto, sottolineando il contesto politico e la necessità di contrastare ogni forma di apologia o richiamo a ideologie neofasciste ancora presenti nel dibattito pubblico.
La Corte d’Appello di Venezia ha accolto integralmente le richieste, riconoscendo la natura ideologica del gesto e condannando Bacciga anche al risarcimento dei danni nei confronti delle parti civili. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro sessanta giorni, ma la decisione segna già un punto di svolta nella vicenda giudiziaria e nel dibattito più ampio sul confine tra libertà di espressione e apologia di regimi totalitari.
Per Andrea Bacciga, che nel frattempo ha lasciato il Consiglio comunale e si è dedicato ad altre attività politiche e professionali, la sentenza rappresenta una pesante sconfitta giudiziaria e simbolica. Il caso, che sin dall’inizio aveva suscitato un acceso dibattito pubblico, torna così a far discutere l’opinione pubblica italiana sul valore e i limiti della memoria democratica nel Paese.
La condanna in appello, pur con pena sospesa, riaccende il confronto su come gesti e simboli del passato continuino a generare fratture nel presente, ricordando che – come osservano da tempo giuristi e storici – la legge Scelba non è solo una norma penale, ma un presidio di memoria e di responsabilità civile.
