La fragile tregua tra Israele e Hamas continua a reggere, ma la tensione in Cisgiordania torna a salire. Secondo l’agenzia palestinese Wafa, gruppi di coloni israeliani hanno dato alle fiamme numerosi veicoli palestinesi nella città di Deir Dibwan, a est di Ramallah. L’attacco sarebbe avvenuto nelle ore successive al duro richiamo degli Stati Uniti a Tel Aviv sull’ipotesi di annessione di porzioni della Cisgiordania, un progetto che ha riacceso i timori di un’escalation regionale.
Il presidente americano Donald Trump ha ribadito la contrarietà di Washington all’annessione: “Non accadrà, ho dato la mia parola ai Paesi arabi”, ha dichiarato. Sulla stessa linea il segretario di Stato Mike Rubio, in visita nella regione, che ha definito qualsiasi annessione “una minaccia alla pace”. Di fronte alla pressione americana, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di bloccare temporaneamente la proposta di legge sull’annessione, frenando così le spinte più radicali della sua coalizione.
Ma le parole non bastano a placare le fiamme — reali e simboliche — che attraversano i Territori occupati. A Nablus, nella Cisgiordania settentrionale, un bambino palestinese è morto dopo essere rimasto ferito durante un’operazione militare israeliana nel campo profughi di Askar. Lo riferisce Al Jazeera, citando fonti locali. Nelle stesse ore, le forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Aqaba, a nord di Tubas, e condotto arresti nelle aree di Hebron e Tal, confermando una presenza militare costante in gran parte della regione.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha intanto reso noto che almeno 89 persone sono state uccise nella Striscia di Gaza dall’inizio della tregua, un bilancio che mette in discussione la reale efficacia della pausa nei combattimenti. Mentre i negoziati per il cessate il fuoco permanente restano in bilico, le tensioni politiche e ideologiche continuano a crescere.
A gettare benzina sul fuoco è intervenuto anche Bezalel Smotrich, ministro israeliano dell’ultradestra, che ha attaccato duramente l’Arabia Saudita per la sua apertura all’ipotesi di istituire uno Stato palestinese: “Restate sui cammelli”, ha detto, provocando sdegno nelle cancellerie arabe e imbarazzo nel governo di Gerusalemme.
Sul fronte di Gaza, emergono nuovi dettagli sul destino degli ostaggi israeliani ancora trattenuti da Hamas. Un funzionario dello Stato ebraico, citato dal quotidiano Ynet, ha dichiarato che il movimento islamista “non sa dove si trovino cinque dei tredici ostaggi israeliani deceduti”. Secondo la stessa fonte, Hamas starebbe “giocando per guadagnare tempo e prolungare il cessate il fuoco, senza passare alla seconda fase dell’accordo che prevede il disarmo”.
L’intesa, in vigore dall’inizio del mese, impone ad Hamas la restituzione di tutti gli ostaggi, vivi o morti. Tuttavia, il recupero dei corpi di alcune delle vittime risulta estremamente difficile, a causa della devastazione diffusa nella Striscia dopo mesi di bombardamenti. Finora, sotto pressione israeliana, Hamas ha consegnato i corpi di quindici ostaggi deceduti, ma la questione rimane aperta e carica di implicazioni politiche e umanitarie.
Mentre la tregua vacilla e la diplomazia internazionale tenta di ricucire le fratture, la realtà sul terreno racconta un’altra storia: quella di una pace ancora lontana, di un conflitto che si consuma tra le macerie di Gaza e le strade infuocate della Cisgiordania.
