26 Ottobre 2026, lunedì
HomeMondoPolitica nel MondoGaza, accuse incrociate e diplomazia in stallo: Hamas nega imminente attacco, Israele...

Gaza, accuse incrociate e diplomazia in stallo: Hamas nega imminente attacco, Israele segna la “linea gialla” del ritiro

Washington parla di una possibile ripresa delle ostilità da parte di Hamas contro i civili, ma il movimento islamista smentisce e parla di propaganda. Intanto Israele prosegue nella definizione di una nuova geografia militare nella Striscia. Tensione altissima anche sul valico di Rafah.

Nel cuore di una tregua fragile, che ogni giorno mostra le sue crepe più profonde, si intrecciano nuove accuse e smentite che agitano la già tesa situazione nella Striscia di Gaza. Gli Stati Uniti, in una comunicazione indirizzata ai Paesi garanti dell’accordo di pace, hanno sollevato l’allarme su una presunta imminente ripresa delle ostilità da parte di Hamas, che sarebbe pronta a colpire direttamente la popolazione civile palestinese nella Striscia. Un’accusa grave, che ha sollevato reazioni immediate.

A rispondere è stato direttamente Hamas, con una smentita categorica. In un comunicato diffuso nelle ultime ore, il movimento islamista ha bollato le dichiarazioni americane come “mera propaganda israeliana”, rilanciando l’idea che dietro la ricostruzione di Washington vi sia una strategia di disinformazione orchestrata da Tel Aviv per giustificare nuove operazioni militari e ritardare il ritiro dalle aree occupate.

A rincarare la dose è stato lo stesso primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che in un messaggio ai media ha voluto chiarire ancora una volta gli obiettivi della campagna militare in corso: “La guerra finirà solo dopo la fase due, ovvero il completo disarmo di Hamas”. Nessuna apertura, dunque, a una tregua duratura, né segnali di distensione, mentre sul terreno si continuano a registrare movimenti strategici significativi.

In questo quadro, assume un peso simbolico e operativo l’inizio della tracciatura della cosiddetta “linea gialla” nella Striscia di Gaza, una zona cuscinetto destinata a delimitare le aree sotto controllo dell’esercito israeliano dalle zone in cui sarà consentito un ritiro parziale o temporaneo. L’operazione, avviata nelle ultime ore, sta modificando concretamente la geografia militare sul campo e prefigura lo scenario di una presenza israeliana ancora a lungo sul territorio, sebbene in forma meno visibile.

Ma il tracciamento della linea ha già avuto conseguenze tragiche. Undici membri di una stessa famiglia sono rimasti uccisi a Zeitoun, un quartiere a sud-est di Gaza City, quando un veicolo su cui viaggiavano è stato colpito dall’aviazione israeliana. Secondo fonti militari di Tel Aviv, il mezzo avrebbe superato i confini della “linea gialla”, varcando un’area ritenuta ad alta sensibilità operativa. Una spiegazione che non basta però a placare l’indignazione internazionale per l’ennesimo episodio in cui a pagare sono stati dei civili.

Sul fronte umanitario, intanto, si consuma un’altra tensione. Il valico di Rafah, che collega la Striscia con l’Egitto, resta chiuso, contrariamente a quanto annunciato dall’ambasciata palestinese al Cairo, che aveva indicato il giorno di lunedì per una possibile riapertura. A smentire la previsione è stato il premier Netanyahu, che ha escluso qualsiasi riattivazione imminente del passaggio. Una chiusura che ha ricadute dirette anche sulle operazioni di recupero delle salme e dei dispersi.

Hamas ha infatti confermato di aver consegnato a Israele, tramite il Comitato Internazionale della Croce Rossa, i corpi di due ostaggi. Ma ha anche denunciato che la chiusura del valico di Rafah impedisce l’ingresso a Gaza delle attrezzature specialistiche necessarie per le operazioni di ricerca e recupero dei numerosi dispersi ancora sotto le macerie. “Senza strumenti adeguati – ha dichiarato un portavoce del movimento – sarà impossibile accelerare l’identificazione e la restituzione delle salme. La chiusura non è solo una misura militare, ma un ostacolo diretto agli sforzi umanitari”.

Le dichiarazioni si susseguono, mentre sul campo la situazione resta incandescente. La diplomazia internazionale, pur convocata in modo più frequente nelle ultime settimane, sembra arrancare, incapace di incidere sui nodi centrali del conflitto: la definizione di una tregua stabile, l’accesso degli aiuti umanitari, la sorte dei prigionieri e ostaggi, e soprattutto il futuro politico di Gaza.

Tra le incertezze, si fa strada la consapevolezza che il conflitto stia entrando in una nuova fase, meno spettacolare dal punto di vista mediatico, ma non per questo meno cruenta o determinante. Il disarmo di Hamas, invocato da Israele come precondizione per la fine della guerra, appare per ora un obiettivo irrealistico, mentre il movimento islamista mantiene ancora una rete attiva di combattenti e una certa capacità di controllo sul territorio.

Nel frattempo, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. A Gaza si contano decine di migliaia di sfollati, ospedali al collasso, infrastrutture civili ridotte allo stremo, mentre l’isolamento della Striscia si aggrava giorno dopo giorno. Con il valico di Rafah chiuso, i corridoi umanitari strozzati e l’assenza di una reale prospettiva politica, la possibilità di una ripresa delle ostilità su vasta scala non è affatto remota.

Lo scenario è quello di una guerra che, pur attraversando fasi di apparente rallentamento, non smette mai davvero di agire. Una guerra che, oggi più che mai, si combatte su tre fronti distinti ma intrecciati: quello militare, quello mediatico e quello della diplomazia, con esiti ancora tutti da scrivere.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti