6 Ottobre 2026, martedì
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Gaza, una fragile finestra si riapre: lunedì il valico di Rafah consentirà il ritorno dei palestinesi dall’Egitto

Dopo mesi di chiusura, l’ambasciata palestinese al Cairo annuncia la riapertura temporanea della frontiera con l’Egitto. Decine di famiglie pronte a rientrare nella Striscia, ma resta l’incertezza su tempi, sicurezza e gestione del confine

Una riapertura attesa da mesi, ma carica di incognite. Il valico di Rafah, unico punto di accesso alla Striscia di Gaza non controllato direttamente da Israele prima dell’ultima escalation bellica, tornerà operativo a partire da lunedì prossimo, esclusivamente per consentire il rientro dei palestinesi attualmente bloccati in Egitto. Lo ha annunciato nelle scorse ore l’ambasciata palestinese al Cairo, in una comunicazione che interrompe un silenzio diplomatico durato settimane e riaccende, almeno parzialmente, le speranze di migliaia di persone.

“Il numero di coloro che si sono registrati per rientrare a Gaza è molto elevato”, ha dichiarato all’agenzia Associated Press Naji al-Naji, consigliere culturale dell’ambasciata palestinese in Egitto. Nessuna cifra ufficiale è stata resa nota, né è stato chiarito il criterio con cui verrà gestito l’ingresso delle persone. Da Israele, almeno per ora, non sono arrivati commenti.

Il contesto: Rafah, un varco strategico e simbolico

Il valico di Rafah, che collega l’estremità meridionale della Striscia di Gaza con il territorio egiziano del Sinai, ha da sempre rappresentato molto più di un semplice punto di frontiera. Prima dell’ultimo conflitto, era l’unico sbocco verso l’esterno gestito in coordinamento tra l’Autorità Nazionale Palestinese e l’Egitto, senza controllo diretto israeliano. Un canale di scambio umano e, in parte, commerciale, attraverso cui transitavano studenti, malati, lavoratori e talvolta anche aiuti umanitari.

Tutto è cambiato nel maggio del 2024, quando Israele – nel corso di un’operazione militare nella zona di Rafah – ha assunto il controllo diretto anche del lato palestinese del valico, chiudendolo di fatto. Da quel momento, nessuno ha più potuto entrare né uscire da Gaza tramite quella rotta, ad eccezione di rare operazioni umanitarie autorizzate in circostanze eccezionali.

La decisione di riaprire ora, seppur limitatamente ai rientri, potrebbe segnare un primo, fragile passo verso la normalizzazione di una situazione esplosiva. Ma restano enormi interrogativi sulla gestione concreta del transito, sulla sicurezza del percorso e sulla sorte delle persone che decideranno di tornare in un territorio ancora devastato dalla guerra.

Chi vuole tornare, e perché

In molti, secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche e umanitarie, si erano rifugiati in Egitto nei primi mesi del conflitto, approfittando degli ultimi giorni di apertura del valico o di alcune evacuazioni coordinate da organizzazioni internazionali. Molti di loro sono studenti, malati evacuati per ricevere cure mediche, donne con bambini, lavoratori rimasti bloccati all’estero. Ora chiedono di poter rientrare, nonostante le condizioni nella Striscia restino precarie.

Ritornare a Gaza oggi significa, per molti, riunirsi ai familiari rimasti all’interno, ma anche affrontare una realtà segnata da macerie, blackout, carenze alimentari e una rete sanitaria collassata. La scelta, dunque, è tutt’altro che facile. Ma il legame con la propria terra, unito all’incertezza sul proprio status in Egitto e in altri Paesi di transito, spinge molti a voler tornare.

Una riapertura limitata, tra diplomazia e logistica

Al momento non è chiaro quanti giorni durerà l’apertura del valico, né se ci sarà una procedura accelerata per il passaggio. L’ambasciata palestinese in Egitto ha avviato nei giorni scorsi una nuova fase di registrazione per i cittadini intenzionati a rientrare, ma non ha ancora fornito indicazioni dettagliate sull’organizzazione dei flussi.

La gestione del varco, nel contesto attuale, resta una questione altamente sensibile. Israele continua a mantenere il controllo del lato di Gaza del valico, mentre l’Egitto ha finora mantenuto una posizione di cautela, lasciando intendere di non voler assumersi responsabilità dirette nella gestione di transiti di massa verso un’area sotto assedio.

Le Nazioni Unite, attraverso l’OCHA e altre agenzie umanitarie, seguono da vicino gli sviluppi, ma al momento non risultano coinvolte direttamente nelle operazioni. Alcune ONG hanno già espresso preoccupazione per le condizioni di sicurezza nel tragitto verso Rafah, che attraversa aree ancora instabili e a rischio di attacchi.

Le implicazioni politiche

La riapertura del valico, pur parziale, ha anche un forte significato politico. È un segnale, seppur ambiguo, di possibile distensione. Da mesi l’Egitto, principale mediatore regionale nel conflitto israelo-palestinese, spinge per un meccanismo stabile di gestione dei flussi umanitari attraverso Rafah. Ma la presenza israeliana sul lato palestinese del valico ha complicato ogni trattativa.

Non è escluso che l’annuncio della riapertura sia frutto di un’intesa tacita tra le autorità egiziane, l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele, sotto la regia di attori internazionali. Tuttavia, l’assenza di comunicazioni ufficiali da parte israeliana e l’estrema precarietà sul campo rendono ogni lettura definitiva prematura.

Un passaggio tra speranza e rischio

Per chi da mesi vive nell’incertezza, lontano da casa, il ritorno attraverso Rafah rappresenta una possibilità concreta, ma anche un salto nel buio. La Striscia di Gaza resta oggi un territorio profondamente segnato dalla guerra, con infrastrutture al collasso, accesso limitatissimo agli aiuti umanitari, e un sistema civile e amministrativo ridotto ai minimi termini.

Riaprire il valico, anche solo per consentire il rientro di chi è già registrato, significa riattivare un minimo canale di mobilità, ma anche assumersi la responsabilità della sorte di chi sceglie di varcarlo.

Lunedì, al confine tra Sinai e Gaza, non si riaprirà solo un cancello di metallo: si aprirà un passaggio tra la speranza e la paura. Un varco fragile in una terra che da troppo tempo vive sotto assedio.

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