Matteo Salvini è tornato. E come spesso accade, anche stavolta ha deciso di spiegare al mondo chi sono i buoni e chi i cattivi. Sul palco di Firenze, per chiudere la campagna elettorale di Alessandro Tomasi, il leader della Lega ha riscritto a modo suo la storia recente del Medio Oriente: se oggi si parla di pace a Gaza, il merito non è dei negoziatori internazionali, né della diplomazia, ma di Benjamin “Bibi” Netanyahu.
“La pace a Gaza si deve anche a quello che alcuni giudicano un criminale, che è Bibi Netanyahu, che ha tenuto duro in un momento difficile”, ha proclamato Salvini, tra bandiere e applausi. Il premier israeliano – indagato nel suo Paese, accusato da mezzo mondo per i bombardamenti su Gaza – diventa così, nell’universo narrativo del leader leghista, un simbolo di tenacia e coraggio.
E per non farsi mancare nulla, Salvini ha voluto anche un nemico interno: la sinistra. “Mi vergogno che nel 2025 anche in Italia ci sia la caccia all’ebreo che pensavamo finita con Hitler e i campi di concentramento, e la sinistra sta scherzando col fuoco”, ha tuonato, trasformando il comizio in una lezione di storia revisionata e indignata.
Poi, l’elenco dei veri protagonisti della pace secondo Salvini: “Non si deve alle Flotille, a Greta Thunberg, a Saviano o alla Albanese”, ha scandito, mettendo nello stesso calderone attivisti, scrittori e giornalisti. “Si deve alla forza del presidente Trump, al coraggio di papa Leone e al governo italiano che non si è accodato ai pecoroni alla Macron”. Un pantheon decisamente sui generis, in cui la diplomazia internazionale cede il passo alla nostalgia trumpiana e alle metafore medievali.
La scena è quella tipica del Salvini da campagna elettorale: tono da comizio di paese, slogan confezionati per i titoli dei tg e un uso spregiudicato della storia e della geopolitica. Per il vicepremier, Netanyahu non è l’uomo accusato di aver guidato una delle campagne militari più sanguinose degli ultimi anni, ma l’eroe che “ha sgominato i terroristi islamici e ora può riportare i bambini israeliani e palestinesi a giocare, studiare e crescere insieme”.
Nel racconto del leader leghista, dunque, Gaza si ricostruisce grazie al coraggio di chi ha bombardato e alla prudenza di chi – come il governo italiano – non si è “accodato ai pecoroni”. Il tutto condito da un generoso pizzico di autocelebrazione: perché, come sempre, anche quando parla di Netanyahu, Trump o papa Leone, Salvini parla soprattutto di Salvini.
Un comizio che sembra scritto per i social: messaggi semplici, applausi garantiti e qualche citazione dal sapore biblico. Con la geopolitica ridotta a scenografia, e la realtà che si piega – ancora una volta – alla narrazione di un leader che sogna di fare il ministro degli Esteri di se stesso.
