5 Ottobre 2026, lunedì
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Ilaria Salis e l’Europa delle manette a orologeria

Quando la democrazia si esercita a giorni alterni, e i diritti valgono solo per chi conviene: il caso Salis racconta un’Unione che difende Orbán più di quanto difenda i suoi cittadini.

A cura di Daniele Cappa

C’è un momento, nella storia delle istituzioni, in cui la parola “democrazia” smette di essere un valore e diventa una posa.
Ieri, al Parlamento europeo, ci siamo andati vicino.
Si discuteva della revoca dell’immunità di Ilaria Salis, e per qualche ora l’Europa dei diritti ha rischiato di firmare, con il suo stesso inchiostro, un nuovo atto d’accusa contro se stessa.

Fortunatamente, la revoca non è passata. Ma il solo fatto che fosse in discussione dice già tutto: che l’Unione nata per impedire il ritorno degli autoritarismi stava per consegnare una sua rappresentante alle prigioni di Viktor Orbán.
Quelle prigioni dove neanche gli animali dovrebbero stare, e dove invece si mandano esseri umani in nome di una “giustizia” che profuma di vendetta politica.

E no, non entrerò nei dettagli della sua candidatura o dei motivi che l’hanno portata in cella. Quella è un’altra storia, e volutamente la lascio da parte. Qui parliamo di qualcosa di più grande, e di più grave: di un’Europa che ha fatto della doppia morale la sua nuova Costituzione.

L’Europa dei valori a targhe alterne

A Bruxelles, la libertà è come il traffico: a targhe alterne.
Un giorno si difendono i diritti umani, quello dopo si stringe la mano a chi li calpesta.
Orbán, l’autocrate di Budapest, continua a fare il bello e il cattivo tempo in un’Unione che preferisce sopportarlo piuttosto che affrontarlo. Perché serve, perché pesa, perché è comodo.

Intanto, le prigioni ungheresi restano ciò che sono: una vergogna civile. Celle sovraffollate, catene, umiliazioni, condizioni che qualunque Paese democratico non tollererebbe neanche per i criminali peggiori. Ma l’Ue, si sa, è maestra nel chiudere un occhio. E spesso anche l’altro.

E così, ieri, si è arrivati a discutere serenamente se una donna che ha già subito quell’orrore debba tornarci. Con toni da conferenza stampa e linguaggio da verbale di riunione.
L’umanità, a Bruxelles, è roba da ONG.

L’Italia dei giustizialisti selettivi

E poi c’è casa nostra, l’Italia.
Qui, la destra di governo si è accapigliata per mesi per dipingere Ilaria Salis come una “violenta”, una “teppista”, una “black bloc”.
Tutti termini che escono facilmente dalla bocca di chi, nel frattempo, siede accanto a condannati, imputati e collusi.
Ma tranquilli: quelli no, quelli “sono garantisti”.

È un talento tutto italiano quello di essere inflessibili con i deboli e indulgenti con i potenti.
Si chiedono processi rapidi per i nemici, prescrizioni comode per gli amici.
E quando la giustizia si avvicina troppo a certi nomi, ecco che improvvisamente la Costituzione diventa “da riformare”, la magistratura “da rieducare”, i giornalisti “da punire”.
Insomma, la solita sceneggiatura.

La certezza della pena vale solo per chi non ha una poltrona. E chi invoca la legge per gli altri, si nasconde dietro l’immunità quando tocca a sé.

Una democrazia con la memoria corta

Il caso Salis non è solo la storia di una detenuta ingiustamente. È una radiografia di come l’Europa — e l’Italia — gestiscono la libertà: come un brand politico, da esibire quando fa comodo e da archiviare quando costa fatica.

L’Unione che finanzia regimi autoritari in nome della stabilità, e che applaude Zelensky mentre strizza l’occhio a Orbán, ci ricorda ogni giorno che la democrazia non muore per un colpo di Stato, ma per stanchezza.
Perché smettiamo di indignarci, ci abituiamo, troviamo persino delle “ragioni tecniche”.

E Ilaria Salis, con la sua ostinata sopravvivenza, ha svelato tutto questo.
Ha ricordato a molti che la libertà non è un’astrazione da comunicato stampa, ma una cosa che si può perdere.
Che si può spezzare, anche dentro le mura patinate di Bruxelles.

L’immunità vera è quella dell’ipocrisia

Alla fine, Salis resta libera. Ma le catene, quelle invisibili, restano sulle mani di chi la giudica.
Perché in questa Europa, chi lotta contro il fascismo finisce in cella, e chi ci gioca a braccetto diventa ministro.
La vera immunità, oggi, non è quella parlamentare: è quella dell’ipocrisia.

E finché i paladini dell’ordine continueranno a predicare legalità guardando altrove, Ilaria Salis — nel bene e nel male — continuerà a ricordarci una cosa semplice: che la democrazia non si difende con le manette, ma con la coscienza.
E quella, purtroppo, non si vota.

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