4 Ottobre 2026, domenica
HomeMondoPolitica nel MondoMedio Oriente, si riapre il dossier Gaza: trattative di pace in Egitto...

Medio Oriente, si riapre il dossier Gaza: trattative di pace in Egitto sotto il segno del “piano Trump”

Vertice a Sharm el Sheik con la mediazione americana. Il presidente Usa minaccia Hamas: "Se non cede il potere, sarà annientata". In parallelo, Israele espelle altri 170 attivisti della Flotilla: tra loro anche Greta Thunberg. Continuano gli attacchi sulla Striscia, sette i morti all’alba secondo Al Jazeera.

SHARM EL SHEIK – Un nuovo capitolo si apre nel tormentato conflitto tra Israele e Hamas, con l’avvio oggi in Egitto di una delicata tornata di negoziati di pace. Il vertice, ospitato nella località di Sharm el Sheik, punta a definire una possibile uscita politica dalla crisi nella Striscia di Gaza, mentre il quadro militare e umanitario resta drammaticamente instabile. A dominare il tavolo è il cosiddetto “piano Trump”, la proposta americana che torna al centro della diplomazia internazionale, rilanciata direttamente dal presidente degli Stati Uniti in persona.

Alla vigilia dell’apertura ufficiale dei colloqui, Donald Trump ha scelto toni perentori: “Hamas sarà annientata se rifiuterà di cedere il potere e il controllo di Gaza”, ha dichiarato in un intervento diretto e senza mezzi termini, confermando un approccio che mescola pressione militare e apertura negoziale. Il presidente americano ha però aggiunto che il piano è “aperto a revisioni”, lasciando intendere una possibile flessibilità nei contenuti, in funzione delle dinamiche del dialogo in corso.

Il “piano Trump”: equilibrio difficile tra sicurezza e politica

Il piano elaborato dagli Stati Uniti – già noto da anni, ma rimodulato nelle ultime settimane – prevede il disarmo di Hamas, la smilitarizzazione della Striscia e la sua transizione verso un’amministrazione civile con supervisione internazionale, eventualmente sotto l’egida dell’Autorità Nazionale Palestinese. In cambio, si ipotizza un alleggerimento progressivo del blocco su Gaza, significativi aiuti alla ricostruzione e un percorso negoziale verso uno “Stato palestinese sotto condizioni”.

La proposta resta però oggetto di fortissime contestazioni, sia da parte di Hamas, che la considera un’imposizione unilaterale, sia da ampi settori della società palestinese e del mondo arabo. A destare perplessità è soprattutto la clausola che subordina qualsiasi concessione umanitaria al disarmo totale del movimento islamista, senza garanzie immediate sul futuro politico e territoriale della popolazione gazawi.

Gaza sotto attacco, l’ennesima alba di sangue

Mentre i rappresentanti diplomatici si preparano all’inizio dei lavori, sul terreno si continua a combattere. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, almeno sette persone sarebbero state uccise questa mattina a Gaza in nuovi attacchi condotti dall’aviazione israeliana. Tra le vittime, tre civili che si trovavano in fila per ricevere aiuti alimentari. Le operazioni militari di Israele, giustificate ufficialmente come parte della strategia di “contenimento e neutralizzazione di obiettivi di Hamas”, continuano a colpire infrastrutture civili e aree densamente popolate, alimentando una crisi umanitaria che le Nazioni Unite definiscono “senza precedenti nella storia recente della Striscia”.

L’Onu, la Croce Rossa Internazionale e numerose ong hanno più volte chiesto una tregua immediata per consentire l’accesso degli aiuti umanitari, ma il quadro operativo sul campo appare ancora troppo instabile per un cessate il fuoco strutturato. L’avvio dei negoziati potrebbe contribuire ad allentare la pressione, ma restano profonde le divergenze tra le parti.

La Flotilla e l’espulsione degli attivisti: anche Greta Thunberg tra i fermati

Sul fronte internazionale, tiene banco anche il caso della cosiddetta “Freedom Flotilla”, la nave con a bordo attivisti e operatori umanitari provenienti da diversi Paesi, bloccata giorni fa da Israele nel Mediterraneo mentre tentava di forzare il blocco navale per portare aiuti diretti alla popolazione di Gaza. Oggi, secondo fonti governative israeliane, è prevista l’espulsione di altri 170 attivisti, dopo le prime espulsioni già effettuate nei giorni scorsi. Tra le persone coinvolte figura anche Greta Thunberg, la giovane attivista svedese simbolo della lotta climatica, da tempo impegnata anche su questioni di giustizia sociale e diritti umani in Medio Oriente.

La presenza della Thunberg ha attirato grande attenzione mediatica e suscitato forti reazioni politiche: alcuni esponenti del governo israeliano l’hanno accusata di “strumentalizzare una crisi complessa”, mentre i sostenitori della Flotilla parlano di un gesto “coraggioso e nonviolento” contro il blocco considerato illegittimo da parte del diritto internazionale.

Mediazione egiziana e margini di manovra

L’Egitto gioca ancora una volta il ruolo chiave di mediatore. Il Cairo, da tempo interlocutore privilegiato sia per Israele sia per Hamas, tenta di costruire un ponte tra le posizioni inconciliabili, contando sul sostegno logistico e diplomatico degli Stati Uniti. Il vertice di Sharm el Sheik potrebbe rappresentare un passaggio decisivo: non solo per la crisi attuale, ma anche per il futuro assetto politico della Striscia.

Sotto traccia, intanto, proseguono le pressioni internazionali su entrambi i fronti. Da una parte, Washington insiste perché Hamas deponga le armi e accetti un piano di transizione politica. Dall’altra, diversi Paesi europei e l’ONU chiedono a Israele di interrompere le operazioni più aggressive e di consentire una de-escalation, anche in vista di un eventuale ritorno al tavolo negoziale multilaterale.

Un equilibrio precario

La cornice in cui si svolgono i negoziati è fragile. Hamas non ha ancora fornito una risposta ufficiale al piano statunitense, ma fonti vicine alla leadership del movimento lasciano intendere che un rifiuto secco sia molto probabile, almeno nella sua formulazione attuale. Israele, dal canto suo, mantiene una linea di massima intransigenza, rifiutando qualsiasi dialogo diretto con Hamas, considerato un gruppo terroristico. L’unico interlocutore ritenuto legittimo resta l’Autorità Nazionale Palestinese, pur se ormai da anni priva di reale controllo sulla Striscia.

Il rischio, secondo molti analisti, è che il fallimento dei negoziati – o una loro gestione percepita come sbilanciata – possa innescare una nuova ondata di violenza, rendendo ancora più lontano l’obiettivo di una soluzione duratura.

La comunità internazionale osserva, ma resta divisa

A pesare sull’esito del vertice sarà anche la capacità della comunità internazionale di trovare un minimo comun denominatore. Se da una parte gli Stati Uniti appaiono determinati a imprimere una svolta, dall’altra l’Unione Europea è ancora divisa sulle modalità di intervento, mentre la Russia e la Cina, pur condannando gli attacchi contro i civili, mantengono una posizione ambigua e più defilata. I Paesi arabi, in particolare Qatar, Giordania ed Emirati, guardano con crescente preoccupazione all’evoluzione della crisi, consapevoli che un’escalation ulteriore avrebbe ripercussioni dirette sull’intera regione.

Conclusioni sospese

Il vertice di Sharm el Sheik parte con molte incognite, ma anche con la consapevolezza che il tempo per una soluzione politica si sta esaurendo. Sul tavolo c’è un piano di pace ambizioso e controverso, una Striscia di Gaza devastata da anni di conflitti, e una popolazione civile allo stremo. La speranza è che almeno il confronto diretto possa fermare l’emorragia di sangue e aprire uno spiraglio per una transizione negoziata.

Ma la strada, come sempre in Medio Oriente, resta stretta e impervia.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti