Lo scontro tra Apple e l’Unione Europea entra in una nuova fase di tensione aperta e senza precedenti.
Dopo mesi di frizioni crescenti, il colosso tecnologico statunitense ha formalizzato la propria posizione di netta contrarietà al Digital Markets Act (Dma) – la nuova normativa europea pensata per limitare gli abusi di potere delle grandi piattaforme digitali – chiedendone l’abrogazione totale e proponendo l’adozione di un nuovo strumento normativo “più adeguato”.
Una mossa che ha provocato la reazione immediata e decisa della Commissione Europea, che ha espresso “serie preoccupazioni” sul rispetto delle regole comunitarie da parte della multinazionale di Cupertino. Il portavoce dell’esecutivo comunitario, Thomas Regnier, non ha usato giri di parole: “Non siamo sorpresi dal documento di lobbying di Apple. L’azienda ha contestato ogni singolo aspetto del Dma sin dalla sua entrata in vigore”.
Dietro le dichiarazioni ufficiali si intravede un conflitto ben più profondo: quello tra l’ambizione europea di regolare il potere delle big tech e la resistenza dei giganti del digitale, determinati a proteggere i propri ecosistemi chiusi e i modelli di business consolidati.
Il cuore dello scontro: il Dma e il modello Apple
Il Digital Markets Act, entrato in vigore nel 2023, rappresenta una pietra miliare nella strategia europea per riequilibrare il potere nei mercati digitali. Il regolamento impone una serie di obblighi e divieti alle aziende che, per dimensioni e influenza, sono considerate “gatekeeper”, ovvero soggetti in grado di controllare l’accesso a mercati digitali chiave.
Tra le misure previste: l’obbligo di consentire l’interoperabilità tra piattaforme, l’apertura a store alternativi su dispositivi mobili, il divieto di preinstallare servizi in modo privilegiato e la possibilità per gli utenti di disinstallare applicazioni di default.
Tutte regole che impattano direttamente sull’ecosistema Apple, tradizionalmente chiuso e controllato in ogni dettaglio, dall’hardware ai software, fino alle modalità di distribuzione delle app. Il modello iOS, per la Commissione, deve adeguarsi a criteri di maggiore concorrenza e trasparenza.
La replica di Apple: “Dma pericoloso per gli utenti”
Apple non ha atteso a lungo per reagire. In una comunicazione formale trasmessa a Bruxelles, l’azienda ha ribadito il proprio giudizio fortemente critico sulla normativa, sostenendo che l’applicazione delle misure previste dal Dma avrebbe già prodotto un “degrado nei servizi offerti agli utenti” e incrementato i “rischi da cui erano precedentemente protetti”.
Secondo Cupertino, le nuove regole minano l’integrità e la sicurezza dei dispositivi, obbligando l’azienda ad aprire i propri sistemi a sviluppatori e store terzi, con conseguente aumento della vulnerabilità agli attacchi informatici e perdita di controllo sulla qualità delle applicazioni offerte.
Alla luce di ciò, Apple chiede non solo modifiche puntuali, ma la revoca dell’intero impianto normativo, auspicando la costruzione di un quadro regolatorio “più equilibrato e aggiornato”, che tenga conto – sottolinea – delle “specificità tecnologiche e delle esigenze di tutela dell’utente finale”.
Il precedente: Apple, prima società sanzionata sotto il Dma
La richiesta di abrogazione arriva in un momento particolarmente delicato per i rapporti tra Apple e Bruxelles. Come ricordato dal portavoce Regnier, la società è stata la prima ad essere sanzionata nell’ambito della nuova normativa.
Una sanzione simbolica ma significativa, che ha segnato un precedente e ribadito l’intenzione della Commissione di applicare con rigore il nuovo regime antitrust europeo. Da allora, i rapporti tra le parti si sono ulteriormente irrigiditi, culminando ora nella richiesta formale di revoca.
Secondo la Commissione, l’azione di Apple mina la fiducia nel processo regolatorio condiviso, lanciando un messaggio negativo sia agli altri operatori tecnologici sia agli utenti europei, che si aspettano maggiore tutela e libertà di scelta.
Un fronte politico e industriale aperto
La battaglia tra Apple e l’Ue si gioca su più livelli. Non è soltanto un contenzioso giuridico, ma una sfida tra modelli culturali, economici e istituzionali. Da una parte, l’Europa che punta a riaffermare la propria sovranità digitale e a creare regole comuni per un mercato tecnologico più equo; dall’altra, le big tech americane che vedono in queste norme un’ingerenza pericolosa nei propri affari.
Il caso Apple potrebbe diventare il primo test importante sulla tenuta del Dma, destinato a coinvolgere anche altri protagonisti come Google, Meta, Amazon e Microsoft, anch’essi nel mirino della nuova normativa europea.
Uno scontro destinato a durare
La richiesta di Apple segna un momento di rottura, ma è solo l’ultimo episodio di una battaglia più ampia, che promette di avere ripercussioni profonde sul futuro della regolazione digitale.
L’Europa è chiamata a difendere la coerenza del proprio impianto normativo, evitando che il Dma venga svuotato nei fatti dalle pressioni delle lobby. Al tempo stesso, dovrà dimostrare di saper dialogare con i colossi tecnologici su basi trasparenti e tecnicamente fondate.
Cupertino, dal canto suo, è pronta a giocare tutte le sue carte, compresi gli strumenti di lobbying e i ricorsi legali, per proteggere un modello che le ha garantito, finora, controllo totale e margini elevati.
Il risultato di questo confronto potrebbe ridefinire i confini del potere digitale in Europa. E con essi, il futuro dei diritti digitali degli utenti, della concorrenza nei mercati e del ruolo stesso delle istituzioni pubbliche nel governo dell’economia dell’informazione.
