6 Ottobre 2026, martedì
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Israele lancia l’assalto finale su Gaza City: operazione di terra nel cuore della Striscia, mentre l’ONU accusa Tel Aviv di genocidio

L’esercito israeliano ha avviato la fase più intensa dell’offensiva su Gaza City con attacchi via terra, supportati da blindati e mezzi corazzati. “Stiamo distruggendo le infrastrutture di Hamas”, annuncia l’IDF. Intanto l’ONU punta il dito contro Israele: “Genocidio deliberato contro i palestinesi”. La crisi umanitaria si aggrava. Trump: “Ostaggi usati come scudi umani”

Israele accelera l’offensiva nella Striscia di Gaza, aprendo una nuova fase del conflitto con l’avvio dell’operazione di terra a Gaza City, centro nevralgico del potere di Hamas. Un’azione militare annunciata, preparata da settimane, ma che ora si mostra nella sua forma più cruda: combattimenti urbani, incursioni con tank e fanteria, bombardamenti mirati e la trasformazione della città in un teatro di guerra a tutti gli effetti. Mentre le forze israeliane affermano di colpire obiettivi strategici dell’organizzazione palestinese, la comunità internazionale osserva con crescente allarme una crisi umanitaria senza precedenti. A rincarare la tensione, è giunto il rapporto shock della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, che accusa apertamente Israele di atti riconducibili a un genocidio.

La nuova fase del conflitto: terra e fuoco su Gaza City

“Gaza City è diventata un’area di combattimento pericolosa”: con queste parole, diffuse attraverso i social media, il portavoce in lingua araba delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha ufficializzato il passaggio a un’intensificazione delle operazioni militari nel cuore della città. I mezzi blindati israeliani sono entrati nell’area urbana nella notte, appoggiati da copertura aerea e artiglieria. Secondo fonti locali e testimoni, le esplosioni si sono susseguite per ore, con combattimenti attivi nei pressi degli ex edifici amministrativi e in alcune zone residenziali.

Il messaggio da parte di Israele è chiaro: eliminare le ultime sacche di resistenza di Hamas, che secondo l’intelligence militare avrebbe ancora una rete di comando e controllo operativa a Gaza City, nonostante i colpi ricevuti negli ultimi mesi. “Abbiamo iniziato a distruggere le infrastrutture di Hamas a Gaza City”, ribadisce l’esercito, che definisce l’operazione “necessaria per garantire la sicurezza dei cittadini israeliani e mettere fine alla minaccia terroristica”.

Katz: “Gaza brucia. Andremo avanti fino alla sconfitta di Hamas”

Il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha rafforzato ulteriormente la linea dura dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu. “Gaza sta bruciando”, ha dichiarato in un’intervista, aggiungendo che le operazioni militari proseguiranno “fino alla completa sconfitta di Hamas”. Parole che si inseriscono in una narrativa ormai consolidata da parte delle autorità israeliane, che considerano ogni area della Striscia un potenziale rifugio per i miliziani del movimento islamista.

Secondo Katz, la pressione militare sta producendo risultati “visibili”, e l’intelligence confermerebbe il degrado progressivo delle capacità operative di Hamas. Tuttavia, la strategia del governo israeliano continua a suscitare reazioni contrastanti, anche all’interno dell’arco politico internazionale.

Trump: “Hamas usa gli ostaggi come scudi umani”

In un intervento pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social, l’ex presidente statunitense Donald Trump è tornato a commentare la situazione in Medio Oriente, concentrandosi questa volta sul dramma degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. Secondo Trump, l’organizzazione avrebbe spostato i prigionieri “in superficie”, posizionandoli in abitazioni civili e tende, per sfruttarli come scudi umani contro gli attacchi aerei e di terra.

“Questa è un’atrocità umana, come poche persone hanno mai visto prima”, ha scritto, rivolgendosi alla comunità internazionale con un appello implicito a un’azione più decisa. “Non lasciate che accada, altrimenti tutte le scommesse sono chiuse”, ha aggiunto, lasciando intendere che un eventuale peggioramento del quadro potrebbe generare conseguenze di vasta portata.

L’accusa dell’ONU: “Israele ha commesso un genocidio a Gaza”

A scuotere ulteriormente lo scenario è la dichiarazione senza precedenti della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, che ha affermato di aver raccolto prove sufficienti per accusare Israele di genocidio nella Striscia di Gaza. Il rapporto, frutto di mesi di indagini, individua in una serie di azioni compiute dall’ottobre 2023 in poi un “intento deliberato di distruggere il popolo palestinese in quanto tale”.

Secondo gli investigatori, l’uso sproporzionato della forza, l’assedio totale, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili e l’elevatissimo numero di vittime tra i civili costituiscono elementi che “non possono essere giustificati da esigenze militari” e che configurano violazioni del diritto internazionale umanitario, arrivando a delineare il reato di genocidio. Le autorità israeliane hanno respinto con fermezza l’accusa, bollandola come “distorta, politicizzata e infondata”.

Una crisi umanitaria senza precedenti

Nel frattempo, la situazione per i civili a Gaza continua a peggiorare. Con oltre un milione di sfollati interni, carenze gravi di acqua potabile, energia elettrica e assistenza medica, le agenzie umanitarie parlano di “emergenza catastrofica” senza precedenti nella storia recente del conflitto israelo-palestinese. Le strutture sanitarie sono al collasso, i corridoi umanitari rimangono instabili e spesso inaccessibili, mentre le operazioni di evacuazione risultano sempre più complesse per la presenza di combattimenti attivi nelle zone urbane.

Le principali organizzazioni non governative presenti sul campo chiedono un cessate il fuoco immediato e l’apertura di corridoi sicuri per il passaggio di aiuti. Ma le prospettive, al momento, restano cupe. La continua escalation militare sembra allontanare ogni tentativo di mediazione, con gli sforzi diplomatici regionali ancora incapaci di produrre risultati tangibili.

Il contesto geopolitico: la solitudine diplomatica di Israele

L’operazione in corso a Gaza City rappresenta non solo un nodo militare, ma anche un banco di prova per Israele sul piano internazionale. Dopo quasi un anno di conflitto, l’immagine del governo Netanyahu appare sempre più logorata all’estero, con critiche che si moltiplicano anche da parte di tradizionali alleati.

Negli Stati Uniti, nonostante il sostegno militare continui, crescono le pressioni del Congresso e della società civile per una revisione del rapporto strategico con Tel Aviv, soprattutto alla luce delle gravi violazioni dei diritti umani denunciate da ONG e organismi indipendenti. In Europa, le posizioni sono divise, ma la voce di chi chiede una moratoria sulla vendita di armi a Israele si fa sempre più forte.

Conclusioni: guerra aperta, diplomazia in stallo

La nuova offensiva israeliana su Gaza City segna un punto di svolta nella guerra, ma non una svolta nella direzione della pace. L’escalation continua, con vittime civili, sfollati e devastazioni che ampliano ogni giorno il solco tra le due parti. L’accusa di genocidio pronunciata dall’ONU non è solo un colpo all’immagine di Israele, ma un monito alla comunità internazionale, chiamata ora a rispondere su un piano politico, giuridico e morale.

Resta da capire se ci sarà un punto di rottura, se la pressione globale basterà a innescare un cambio di passo, o se – come appare probabile – si andrà verso una lunga fase di guerra a bassa intensità ma ad altissimo costo umano. Gaza brucia, e con essa anche la speranza di una soluzione a uno dei conflitti più lunghi e drammatici del nostro tempo.

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