La guerra in Ucraina non è soltanto un conflitto armato tra Mosca e Kiev, ma sempre più un braccio di ferro globale. A ribadirlo, con toni perentori, è il Cremlino. Dmitri Peskov, portavoce del presidente Vladimir Putin, ha dichiarato che la Nato “è di fatto in guerra con la Russia”, accusando l’Alleanza Atlantica di un coinvolgimento diretto nelle ostilità.
Le parole, riportate dall’agenzia russa Tass, non lasciano spazio a interpretazioni: “La Nato è in guerra con la Russia. Questo è ovvio e non richiede ulteriori prove”, ha affermato Peskov. Un messaggio che si inserisce in una linea comunicativa ben precisa, che Mosca utilizza ormai da tempo per presentare il conflitto non come un’aggressione contro l’Ucraina, ma come uno scontro strategico con l’Occidente.
Secondo il Cremlino, l’assistenza militare, economica e logistica fornita dai Paesi occidentali a Kiev – dagli aiuti finanziari alle forniture di armamenti, fino all’addestramento dei soldati ucraini – sarebbe la prova tangibile che l’Alleanza Atlantica non è un semplice osservatore, ma parte attiva del conflitto. Una tesi che Mosca ripropone regolarmente per giustificare l’inasprimento della sua strategia militare e il rafforzamento delle misure di sicurezza interne.
Le dichiarazioni di Peskov arrivano in un momento delicato, mentre in Europa e a Washington si discute di nuove forniture di armamenti a Kiev e di un ulteriore rafforzamento della presenza Nato nei Paesi dell’Est. Sul piano diplomatico, intanto, la prospettiva di negoziati resta lontana: il Cremlino continua a presentare il conflitto come una lotta esistenziale contro l’Occidente, mentre l’Ucraina rivendica il diritto alla resistenza e al recupero dei territori occupati.
La presa di posizione di Mosca rischia di accentuare ulteriormente la spirale di tensione, trasformando ogni passo occidentale a sostegno di Kiev in una possibile escalation. Con la guerra entrata ormai nel suo terzo anno, la retorica del Cremlino sembra puntare a consolidare l’idea di un Paese assediato, rafforzando il fronte interno e cercando al tempo stesso di dividere l’opinione pubblica europea e statunitense sul costo del sostegno all’Ucraina.
L’accusa di Peskov è dunque più di una dichiarazione politica: è il segnale di una strategia narrativa che affianca quella militare, alimentando la percezione di uno scontro tra blocchi contrapposti e riducendo lo spazio per soluzioni di compromesso. In questo scenario, l’ipotesi di una tregua o di un dialogo appare sempre più lontana, mentre sul terreno la guerra continua a consumarsi tra bombardamenti, resistenze e nuovi piani di controffensiva.
