6 Ottobre 2026, martedì
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Putin prepara un attacco all’Europa? L’allarme del commissario UE alla Difesa: “Entro tre anni potrebbe testare la Nato”

Il lituano Andrius Kubilius parla senza giri di parole: il Cremlino punta a destabilizzare l’Occidente e non esclude un confronto diretto con l’Alleanza Atlantica. “I servizi segreti tedeschi stimano una finestra critica entro il 2027. Serve una svolta strategica in Europa”

Bruxelles – Il conto alla rovescia, secondo alcune fonti di intelligence, è già cominciato. Entro i prossimi tre o quattro anni, il presidente russo Vladimir Putin potrebbe “mettere alla prova” la determinazione dell’Alleanza Atlantica e in particolare il suo cardine politico-militare: l’articolo 5 del Trattato NATO, che impone la difesa collettiva in caso di attacco a uno degli Stati membri.

A lanciare l’allarme è Andrius Kubilius, eurodeputato lituano e attuale commissario europeo alla Difesa. In un’intervista a la Repubblica, Kubilius non cerca formule diplomatiche. Parla con la franchezza di chi ha vissuto da vicino, in un Paese baltico, le pressioni del potere russo e la realtà di un’escalation che per molti è già in corso, anche se ancora sotto la soglia del conflitto armato tradizionale.

“Putin è il nemico pubblico numero uno dell’Unione Europea”, afferma con convinzione Kubilius. “Non si tratta più solo dell’Ucraina. Si tratta della sicurezza dell’intero continente”.

Testare la NATO, disorientare l’Europa

Il punto focale delle dichiarazioni del commissario è un dato che circola da tempo nei briefing riservati delle cancellerie occidentali. Secondo i servizi segreti tedeschi, citati esplicitamente da Kubilius, il Cremlino si starebbe preparando a testare la solidità dell’alleanza occidentale tra il 2026 e il 2027. Un lasso di tempo relativamente breve, in cui l’Europa dovrà dimostrare non solo fermezza politica, ma anche capacità militare e coesione strategica.

La dichiarazione è pesante, anche perché rilasciata da un funzionario in carica con un ruolo chiave nell’architettura difensiva dell’Unione. E arriva in un momento di forte incertezza: la guerra in Ucraina prosegue senza soluzioni imminenti, le elezioni europee hanno ridisegnato gli equilibri a Bruxelles, e sul fronte atlantico l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca pone interrogativi sulla tenuta della cooperazione transoceanica.

Secondo Kubilius, il recente comportamento di Mosca lungo i confini orientali dell’UE – in particolare con pressioni ibride sulla Polonia e nei Paesi baltici – è già parte di una strategia più ampia. “La Russia stava testando le capacità non solo della Polonia, ma dell’intera Nato e dell’Unione Europea. Voleva capire come avremmo reagito e come siamo in grado di proteggerci”, spiega. Un banco di prova, dunque. Non un incidente isolato.

Minacce ibride e scenari di escalation

Il concetto di “testare l’articolo 5” può sembrare tecnico, ma nella pratica si traduce in una possibile aggressione controllata a uno Stato membro della NATO: un attacco cyber di ampia portata, un’incursione ai confini, una destabilizzazione interna favorita da operazioni di disinformazione e propaganda, oppure una provocazione militare sotto soglia, concepita per dividere gli alleati sulle modalità di risposta.

Secondo vari think tank di area atlantica, la strategia russa punta a sondare il livello di deterrenza effettiva dell’Occidente, confidando che divisioni politiche e stanchezza pubblica – anche in seguito a crisi economiche o instabilità interne – possano rallentare o impedire una reazione coordinata. L’obiettivo finale: erodere la credibilità della NATO senza necessariamente scatenare una guerra totale.

Kubilius non ne fa mistero: “Non possiamo permetterci ambiguità. Ogni incertezza sulla nostra risposta rende più probabile che la Russia tenti qualcosa”.

La responsabilità europea: difesa comune e volontà politica

In questa prospettiva, il commissario lituano individua nell’Europa un doppio compito: rafforzare le capacità militari comuni e maturare una volontà politica autonoma, complementare ma non subordinata alla NATO. Il dibattito su una difesa europea integrata, finora rallentato da divergenze nazionali e vincoli di bilancio, potrebbe ora acquisire una nuova urgenza.

“Abbiamo bisogno di un salto qualitativo nella cultura strategica europea”, afferma Kubilius. Non si tratta soltanto di acquistare carri armati o caccia di quinta generazione, ma di costruire una postura di deterrenza credibile e una prontezza operativa reale. Il riferimento, anche implicito, è all’inerzia che ha caratterizzato per anni la politica di sicurezza dell’UE, affidata in gran parte alla copertura statunitense e mai davvero concepita come autonoma.

In questo senso, la guerra in Ucraina ha agito da catalizzatore. Ma i segnali di frammentazione restano. Basti pensare alle differenze tra gli Stati membri nella gestione della spesa per la difesa, nella cooperazione industriale o nella condivisione dell’intelligence.

Kubilius e la memoria storica del Baltico

La voce di Andrius Kubilius non è neutra. Ex primo ministro della Lituania, membro del Parlamento europeo dal 2019, è da sempre uno degli esponenti più lucidi – e ascoltati – del fronte baltico. I Paesi che confinano con la Russia o con la Bielorussia hanno una percezione acutissima della minaccia russa, modellata dall’esperienza storica e dalla vicinanza geografica.

Kubilius interpreta questo ruolo con forza. Parla da commissario, ma anche da cittadino di una regione che considera il ritorno dell’aggressività imperiale russa come una questione esistenziale. È da questo sguardo che nasce l’allarme che ora investe tutto il continente.

Europa al bivio: deterrenza o vulnerabilità

L’intervista del commissario europeo alla Difesa si chiude con un messaggio netto: “Se non vogliamo essere messi alla prova, dobbiamo renderlo chiaro con i fatti. Ora”. La deterrenza, come insegna la teoria strategica, si basa sulla credibilità. E la credibilità si costruisce non solo con armi e tecnologie, ma con coerenza, rapidità e decisione politica.

Il tempo per farlo, secondo le stime dell’intelligence tedesca, potrebbe essere non più di tre anni. Un arco temporale in cui l’Europa dovrà scegliere se restare oggetto delle ambizioni altrui o diventare soggetto attivo della propria sicurezza.

Non è una profezia di guerra, ma una chiamata alla lucidità. Una sfida da affrontare ora, prima che sia troppo tardi.

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