Il 30 giugno scorso, nel silenzio quasi irreale di un sabato milanese arroventato dal caldo estivo, una parte dell’insegna “Generali” è precipitata dalla cima della Torre Hadid, il grattacielo iconico che domina il profilo di CityLife. Un episodio che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia, se solo fosse avvenuto in un giorno lavorativo. Fortunatamente, al momento del crollo gli uffici erano perlopiù deserti. Ma la dinamica ha sollevato interrogativi immediati e preoccupanti, che oggi si trasformano in un’inchiesta giudiziaria con dieci persone indagate per crollo colposo.
La Procura di Milano – con le pm Francesca Celle e Maura Ripamonti – ha formalmente iscritto nel registro degli indagati progettisti, tecnici e rappresentanti legali delle società che si sono occupate dell’installazione e della manutenzione dell’insegna crollata. Una struttura appariscente, visibile a distanza, che campeggiava da anni sulla sommità dei 44 piani della torre progettata da Zaha Hadid e inaugurata nel 2019 come nuovo quartier generale del gruppo Generali a Milano.
Un’indagine complessa, tra passato e presente
L’inchiesta è partita subito dopo l’incidente, ma entra ora in una fase tecnica cruciale. Il prossimo 15 settembre inizieranno gli accertamenti irripetibili affidati ai consulenti della Procura, i quali avranno il compito di stabilire con esattezza le cause del cedimento. Gli accertamenti si svolgeranno in contraddittorio con i consulenti nominati dalle difese. L’obiettivo: comprendere se si sia trattato di un evento eccezionale, legato a fattori esterni e imprevedibili, o se vi siano stati errori di progettazione, difetti strutturali, omissioni nella manutenzione o negligenze operative lungo tutta la filiera delle responsabilità.
Particolare attenzione sarà rivolta al periodo tra il 2014 e il 2017, gli anni in cui la torre venne costruita. In quel lasso di tempo furono progettate e realizzate sia la struttura architettonica, sia gli elementi accessori come l’insegna, pensata per resistere alle intemperie e all’esposizione prolungata in vetta a uno degli edifici più alti e ventosi di Milano.
Le prime ipotesi: colpa del caldo o errore umano?
Già nelle ore immediatamente successive al crollo, i Vigili del Fuoco avevano avanzato una possibile spiegazione: le alte temperature. In quei giorni di fine giugno, il termometro aveva segnato picchi sopra i 35 gradi. Le sollecitazioni termiche potrebbero aver contribuito a indebolire i materiali, in particolare la complessa struttura a telaio che reggeva l’insegna, composta da una fitta rete di tubi e nodi metallici.
Le immagini raccolte dai droni e dalle telecamere di sicurezza, unite alla relazione tecnica dei pompieri, hanno documentato lo stato della struttura dopo il cedimento. Ma gli inquirenti vogliono andare oltre: la temperatura elevata può essere stata una concausa, ma l’obiettivo dell’inchiesta è accertare se vi siano state responsabilità concrete, a monte o a valle dell’evento, da parte di chi ha progettato, costruito, installato o mantenuto la struttura.
Il contesto: una torre simbolo sotto esame
Il crollo dell’insegna ha rappresentato un colpo d’immagine per il complesso di CityLife, simbolo della trasformazione urbanistica e architettonica della Milano post-Expo. La Torre Hadid – nota anche come “Lo Storto” per la sua forma curva e dinamica – è uno dei tre grattacieli che definiscono il nuovo skyline cittadino. Sede di rappresentanza del gruppo assicurativo Generali, ospita decine di uffici e centinaia di dipendenti distribuiti su 44 piani.
Il 30 giugno, per pura coincidenza, gli uffici risultavano vuoti: un giorno non lavorativo, senza presenze né eventi in programma. La scritta rossa “Generali”, collassando sul terrazzo, ha evitato il peggio. Ma la prudenza ha imposto misure immediate: nei giorni successivi è stata rimossa anche l’insegna gemella, del tutto simile e posizionata sul lato opposto della sommità della torre. Una decisione presa a scopo precauzionale, per scongiurare qualsiasi altro cedimento.
La rimozione e i prossimi passi
Le operazioni di rimozione della parte danneggiata sono state completate il 25 luglio. Da allora, l’area è stata posta sotto sequestro per consentire gli esami tecnici, oggi al centro dell’inchiesta. L’analisi dei materiali, delle modalità di ancoraggio e dei protocolli di manutenzione sarà determinante per definire il quadro delle responsabilità.
Nel mirino della Procura ci sono più soggetti: le aziende coinvolte nell’installazione originaria dell’insegna, i tecnici che ne hanno certificato la sicurezza, i progettisti che hanno redatto i calcoli strutturali e le imprese incaricate della manutenzione nel corso degli anni. Un’inchiesta che non si ferma alla superficie del crollo, ma mira a ricostruire l’intera filiera, dal disegno su carta fino alla più recente ispezione.
Un caso emblematico per la sicurezza urbana
Il caso della Torre Hadid non è solo una vicenda tecnica. Rappresenta un monito per tutta la filiera delle costruzioni e della sicurezza urbana, in particolare in un contesto in cui le città italiane – Milano in primis – stanno vivendo un’intensa stagione di rinnovamento architettonico. La sicurezza di grattacieli, impianti, insegne e strutture sospese non può essere considerata un aspetto accessorio, ma un pilastro imprescindibile dell’urbanistica contemporanea.
La Procura di Milano vuole fare piena luce sull’accaduto. E mentre l’indagine entra nel vivo, resta aperta la domanda fondamentale: come ha potuto crollare, senza preavviso, un’insegna installata da meno di dieci anni, su uno dei più moderni edifici d’Italia?
L’inchiesta in corso dovrà rispondere a questa domanda con rigore tecnico e responsabilità giuridica. Perché la scritta crollata dalla cima di un grattacielo non è soltanto un simbolo andato in pezzi, ma una questione di sicurezza pubblica che tocca tutti.
