ASTI – Un’operazione articolata, nata da un’attività di controllo incrociato e sviluppatasi nell’arco di diversi mesi, ha permesso alla Polizia di Stato di Asti di smantellare un presunto giro di prostituzione che vedeva al centro una cittadina cinese, regolarmente residente in Italia grazie a un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
L’operazione, condotta sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Asti, si è conclusa con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari. Le accuse a carico della donna sono gravi: secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe stata la figura centrale di un sistema strutturato per lo sfruttamento della prostituzione, gestito all’interno di due appartamenti nel capoluogo piemontese.
Gli appartamenti come case di appuntamento: la dinamica del presunto sistema illecito
La ricostruzione fornita dagli inquirenti si fonda su un’attività investigativa capillare, che ha coinvolto l’Ufficio Immigrazione e la Squadra Mobile della Questura di Asti. Incrociando informazioni e avvalendosi di un attento monitoraggio, gli investigatori sono riusciti a ricostruire la presunta rete criminale che, secondo l’accusa, avrebbe visto la donna mettere a disposizione due appartamenti di sua proprietà a connazionali, in gran parte prive di regolare permesso di soggiorno, costrette a prostituirsi.
Le donne, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, erano sottoposte a un rigido controllo tramite telecamere installate all’interno degli alloggi, gestite da remoto dalla presunta “maîtresse”. I proventi delle prestazioni sessuali venivano consegnati direttamente alla donna arrestata, che avrebbe gestito il giro d’affari con modalità sistematiche e consolidate.
Pubblicità mirata e promozione del “servizio” attraverso inserzioni locali
A confermare la natura organizzata del presunto sfruttamento c’è anche l’attività di promozione dei servizi. L’indagata, secondo quanto emerso, pubblicava regolarmente annunci su riviste e siti locali per attrarre clienti e incrementare così il numero di prestazioni. La pubblicità, mirata e ricorrente, era finalizzata a dare continuità all’attività e garantire un flusso costante di uomini disposti a pagare in contanti.
I sequestri: contanti, telecamere e dispositivi elettronici
Nel corso delle perquisizioni effettuate negli immobili riconducibili alla donna – uno dei quali risultato fittizi – gli agenti hanno rinvenuto e sequestrato 50mila euro in contanti, somma ritenuta dagli inquirenti provento diretto dell’attività illecita. Oltre al denaro, sono state recuperate due telecamere utilizzate per il monitoraggio delle donne e diversi dispositivi elettronici impiegati per la gestione da remoto del sistema di sorveglianza.
Gli appartamenti utilizzati come sedi dell’attività sono stati posti sotto sequestro, misura che accompagna l’indagine nel quadro di un possibile provvedimento di confisca.
Indirizzo fittizio e false dichiarazioni: denunciato un cittadino italiano
Un ulteriore elemento emerso nel corso dell’inchiesta riguarda la posizione della cittadina cinese sul territorio nazionale. Per ottenere e mantenere il permesso di soggiorno, la donna avrebbe fornito all’amministrazione un indirizzo fittizio, corrispondente a un’abitazione di proprietà di un cittadino italiano. L’uomo, a quanto risulta, non avrebbe mai effettivamente ospitato la donna, ma ne avrebbe “prestato” la residenza con il solo scopo di facilitarle l’ottenimento dei documenti. Per questo è stato denunciato all’autorità giudiziaria.
Espulsioni: quattro cittadini irregolari identificati e allontanati
Nel corso delle operazioni sono stati identificati all’interno degli appartamenti tre donne e un uomo, tutti di nazionalità cinese e risultati privi di regolare titolo di soggiorno. Dopo la segnalazione all’autorità giudiziaria, per tutti e quattro è scattata l’espulsione dal territorio nazionale con obbligo di lasciare l’Italia entro i termini previsti.
Un’indagine che conferma il radicamento di reti transnazionali di sfruttamento
L’operazione della Polizia di Stato di Asti, oltre a colpire un caso specifico di sfruttamento della prostituzione, getta nuova luce sul fenomeno delle reti transnazionali che alimentano questo tipo di crimine. Le modalità organizzative, l’impiego della tecnologia per il controllo e la promozione delle prestazioni sessuali, l’utilizzo di documentazione falsa o dichiarazioni mendaci per ottenere titoli di soggiorno, rappresentano elementi ormai ricorrenti in casi simili registrati sul territorio nazionale.
Le autorità inquirenti proseguono le attività di accertamento per verificare eventuali ulteriori responsabilità e per chiarire se dietro l’indagata vi sia una rete criminale più estesa, eventualmente con diramazioni anche al di fuori del contesto locale.
L’indagine astigiana si inserisce così nel più ampio quadro del contrasto allo sfruttamento della prostituzione e alla tratta di esseri umani, che continua a rappresentare una delle priorità dell’attività investigativa delle forze di polizia italiane.
