La Francia volta pagina con un nuovo primo ministro, ma lo fa in un clima di tensione sociale e politica senza precedenti. Nel giorno dell’insediamento a Matignon di Sébastien Lecornu, 39 anni, già ministro della Difesa e uomo di fiducia di Emmanuel Macron, il Paese è stato attraversato da un’ondata di proteste che ha mobilitato oltre 175mila persone e portato a 473 arresti. Cortei, blocchi stradali, incendi e scontri con la polizia hanno segnato la giornata in decine di città, da Parigi a Rennes, da Lione a Tolosa, in quella che molti osservatori definiscono la più dura prova per la stabilità della Repubblica negli ultimi anni.
Il giuramento di Lecornu e il peso della crisi politica
La cerimonia di passaggio di consegne tra François Bayrou, sfiduciato dall’Assemblée Nationale, e il nuovo premier si è svolta a mezzogiorno, in un’atmosfera sobria ma segnata dall’urgenza delle sfide. Davanti alla stampa e ai rappresentanti istituzionali, Lecornu ha promesso “umiltà e senso del dovere”, ribadendo la necessità di “rotture” rispetto al passato e di un metodo nuovo, fondato sul dialogo politico. Macron gli ha affidato un compito delicatissimo: ricostruire una maggioranza parlamentare ormai frantumata e portare a termine, entro pochi mesi, la legge di bilancio per il 2026.
La nomina di Lecornu segna il quinto cambio al vertice del governo dall’inizio del secondo mandato del presidente, segnale evidente di una difficoltà strutturale che l’Eliseo fatica a superare. La stabilità istituzionale, oggi, appare una scommessa più che una certezza.
Proteste diffuse: il movimento “Bloquons tout”
Parallelamente all’insediamento, le piazze francesi hanno dato corpo a una mobilitazione che, sebbene non sia riuscita a paralizzare il Paese come annunciato, ha comunque avuto un impatto significativo. Il movimento “Bloquons tout” (“Blocchiamo tutto”), nato online durante l’estate, ha saputo canalizzare il malcontento contro il presidente Macron e contro i tagli alla spesa pubblica, raccogliendo adesioni trasversali.
Le forze dell’ordine, mobilitate in 80mila unità, hanno agito con decisione, smantellando barricate e contenendo le proteste, ma gli episodi di violenza non sono mancati. A Rennes un autobus è stato incendiato, a sud-ovest l’attacco a cavi elettrici ha causato interruzioni ferroviarie, mentre a Parigi un ristorante è stato devastato dalle fiamme e il Louvre ha chiuso alcune sale per precauzione. La tangenziale della capitale è stata più volte bloccata da manifestanti dispersi con gas lacrimogeni.
Secondo il ministro dell’Interno Bruno Retailleau, i disordini sarebbero stati alimentati da “piccoli gruppi radicali, organizzati, vestiti di nero e incappucciati”, elementi riconducibili – a suo dire – all’estrema sinistra. Retailleau ha accusato alcuni esponenti politici dell’opposizione di aver contribuito ad alimentare un “clima di insurrezione”.
Un incarico in salita
Il compito che attende Lecornu è complesso: trovare un punto di equilibrio tra un’Assemblea frammentata e una società civile in aperta contestazione. La prima sfida sarà ottenere la fiducia del Parlamento, dove le opposizioni appaiono determinate a mettere subito alla prova il nuovo esecutivo. La sinistra radicale ha annunciato una mozione di sfiducia nei prossimi giorni, mentre Marine Le Pen ha liquidato la nomina parlando dell’“ultima cartuccia del macronismo”, rilanciando la figura di Jordan Bardella come alternativa di governo.
Il nuovo premier, consapevole delle difficoltà, ha dichiarato che avvierà immediatamente colloqui con tutte le forze politiche per “misurare le attese dei francesi” e costruire una base di consenso minima. Tuttavia, la situazione resta instabile: Lecornu è il terzo premier dall’inizio del 2024 e il quinto in due anni, un turn over che riflette la crisi di governabilità dell’attuale presidenza.
Macron e la continuità nella discontinuità
La scelta di Lecornu è stata interpretata come un atto di continuità con le politiche di Macron, ma allo stesso tempo come il tentativo di imprimere un cambio di passo. L’ex ministro della Difesa è un fedelissimo dell’Eliseo, dotato di esperienza e reputato abile nel tessere relazioni politiche. La sua missione non si esaurisce nel breve termine: oltre alla legge di bilancio, dovrà cercare di riaprire un dialogo sociale capace di placare le tensioni e restituire al governo margini di manovra.
Il rischio, però, è che la spinta delle piazze si trasformi in un ciclo di mobilitazioni permanenti, mentre l’Assemblea nazionale continua a rappresentare un terreno ostile. L’equilibrio tra riforme e consenso sarà la vera cartina di tornasole della tenuta dell’esecutivo.
Una Repubblica sotto pressione
La Francia si trova dunque di fronte a una duplice sfida: da un lato l’urgenza di rispondere a un malessere sociale che ha trovato nel movimento “Bloquons tout” un catalizzatore imprevisto, dall’altro la necessità di garantire la governabilità in un Parlamento frammentato e privo di maggioranze stabili.
In questo scenario, Lecornu debutta con parole di fiducia – “ce la faremo” – che suonano come un impegno e, insieme, come una scommessa. Il futuro del suo governo dipenderà dalla capacità di coniugare pragmatismo e fermezza, dialogo e decisione. E dalla possibilità di convincere francesi ormai esasperati che la politica, non la piazza, possa ancora rappresentare lo strumento per cambiare le cose.
