Diciannove anni di latitanza, un nome ben noto agli archivi giudiziari italiani ed europei e una condanna definitiva che pendeva come un macigno. È finita in un bar di Taviano, piccolo centro del Salento, la lunga fuga di Durin Lusha, 52 anni, cittadino albanese considerato il capo di un’organizzazione criminale transnazionale dedita allo sfruttamento della prostituzione.
A riconoscerlo e ad arrestarlo sono stati i carabinieri del Comando provinciale di Lecce, che lo hanno sorpreso mentre sedeva tranquillamente a un tavolino. Lusha, convinto forse di poter continuare a confondersi tra i clienti abituali, non ha fatto i conti con un dettaglio che si sarebbe rivelato fatale: un tatuaggio sull’avambraccio destro raffigurante una donna seminuda. Un segno distintivo che gli investigatori conoscevano bene e che non lasciava margini di errore nell’identificazione.
Lusha deve scontare una condanna a dieci anni di reclusione, già passata in giudicato, per reati gravissimi: induzione e sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e tratta di esseri umani. La sua organizzazione, secondo le indagini coordinate dalla magistratura e dalle forze dell’ordine italiane, operava tra l’Italia e l’Albania, attirando giovani donne con false promesse di lavoro per poi costringerle con la violenza e le minacce a prostituirsi. Una rete ben strutturata che trasformava la disperazione e l’inganno in profitto illecito, infliggendo sofferenze indicibili a decine di vittime.
Il latitante, ricercato da quasi due decenni, era riuscito a sfuggire più volte alla cattura grazie a una rete di appoggi e spostamenti continui. Nonostante fosse oggetto di un mandato di cattura internazionale e le autorità lo avessero inserito nelle banche dati europee dei ricercati, fino a pochi giorni fa Lusha era riuscito a evitare la giustizia.
L’arresto a Taviano, in un contesto apparentemente banale come un bar di paese, segna dunque la parola fine a una latitanza che aveva assunto i contorni di una sfida. Una vicenda che conferma come, anche a distanza di anni, la memoria investigativa e la capacità di osservazione possano risultare decisive.
Ora per Lusha si aprono le porte del carcere, dove sconterà la pena inflitta per un’attività criminale che aveva trasformato la tratta di donne in un business redditizio, calpestando diritti fondamentali e dignità umana.
