Bruxelles – Gli Stati Uniti prendono posizione, con chiarezza e fermezza, contro ogni tentativo di piegare le regole Nato per esigenze di politica interna o sviluppo infrastrutturale. È questo il messaggio che arriva dall’ambasciatore statunitense presso l’Alleanza Atlantica, Julianne Smith, e rilanciato in queste ore da Bloomberg attraverso dichiarazioni attribuite al rappresentante americano alla Nato, Matthew Whitaker: “Ho avuto conversazioni anche oggi con alcuni Paesi che stanno adottando una visione molto ampia della spesa per la difesa” – ha dichiarato Whitaker – sottolineando come sia “molto importante” che l’obiettivo del 2% di spesa sia riferito in modo specifico alla difesa e alle spese direttamente correlate.
Nel mirino delle osservazioni americane non c’è un riferimento diretto, ma il messaggio è chiaramente rivolto anche all’Italia, che negli ultimi mesi ha sollevato l’ipotesi di includere il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina tra le voci di investimento legate alla sicurezza e alla logistica strategica, e quindi eleggibile come spesa militare.
Il contesto Nato: il 2% non è un esercizio di creatività contabile
L’attenzione alla spesa nella difesa è tornata centrale nell’agenda dell’Alleanza Atlantica, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il crescente clima di instabilità internazionale. Durante il vertice Nato di Vilnius nel 2023, i Paesi membri hanno riaffermato l’impegno – già stabilito nel 2014 – a destinare almeno il 2% del Prodotto Interno Lordo alla difesa. Un obiettivo che, sebbene formalmente volontario, ha assunto via via un carattere quasi vincolante nel dibattito politico e diplomatico tra gli alleati.
Tuttavia, la definizione di “spesa per la difesa” è tornata ad essere oggetto di interpretazioni più o meno estensive. Alcuni governi, alle prese con bilanci pubblici rigidi o con forti pressioni politiche interne, starebbero cercando di inserire tra le voci valide ai fini del conteggio anche investimenti infrastrutturali non direttamente legati a funzioni militari, ma giustificati come potenziali supporti alla mobilitazione o alla logistica strategica.
È in questo scenario che si inserisce l’ipotesi italiana di contabilizzare il Ponte sullo Stretto come spesa rilevante per la sicurezza nazionale. Il collegamento stabile tra la Calabria e la Sicilia è da anni al centro di un dibattito politico polarizzante, ma è stato rilanciato con vigore dal governo Meloni come infrastruttura strategica non solo per lo sviluppo economico, ma anche per l’integrazione logistica e militare del Mezzogiorno.
Il monito degli Stati Uniti: rigore e credibilità
Il messaggio dell’ambasciatore Whitaker non potrebbe essere più chiaro: la credibilità dell’impegno Nato dipende dalla serietà con cui viene calcolato. “È fondamentale che il 2% sia destinato a difesa e spese correlate”, ha affermato, esprimendo una preoccupazione crescente tra gli alleati più rigorosi – Stati Uniti in primis – verso una deriva contabile che rischia di svuotare di significato politico e operativo gli obiettivi condivisi.
Il rischio evidenziato da Washington è che, se ciascun Paese iniziasse a inserire opere civili o investimenti infrastrutturali ordinari nel perimetro delle spese Nato, si perderebbe coerenza tra gli impegni dichiarati e la reale capacità militare dell’Alleanza. In altre parole: un ponte, per quanto utile alla mobilità del Sud Italia, non equivale a nuovi sistemi d’arma, esercitazioni congiunte, cybersicurezza o supporto all’Ucraina.
L’Italia e il Ponte: un progetto ad alta valenza politica
Nel caso specifico del Ponte sullo Stretto, il governo italiano ha presentato il progetto come infrastruttura multifunzionale. Oltre a rappresentare un simbolo di modernizzazione del Paese e di connessione territoriale, viene descritto anche come asset strategico, in grado di garantire una mobilitazione più rapida di uomini e mezzi tra i teatri del Mediterraneo.
Ma l’argomento non convince del tutto sul piano internazionale. All’interno della Nato, la spesa militare è valutata sulla base di criteri rigorosi, aggiornati regolarmente e monitorati da un comitato tecnico congiunto. Le linee guida dell’Alleanza distinguono chiaramente tra spese direttamente militari (come armamenti, stipendi delle forze armate, infrastrutture militari, sistemi di comando e controllo) e quelle civili o a uso duale, che possono essere incluse solo in casi specifici e debitamente giustificati.
L’inclusione del Ponte, secondo fonti diplomatiche vicine al dossier, rischierebbe di aprire un precedente scomodo e di dare l’idea che alcuni Paesi intendano “gonfiare” artificialmente il loro contributo alla sicurezza collettiva.
Le implicazioni politiche
Il monito americano arriva in un momento delicato per il governo italiano, impegnato su più fronti nella revisione della spesa pubblica, nella definizione della prossima legge di bilancio e nella trattativa con Bruxelles per la flessibilità fiscale. Il tentativo di includere spese infrastrutturali nella quota di difesa può essere letto anche come uno strumento per alleggerire il carico sugli altri capitoli di spesa, mantenendo formalmente gli impegni assunti in ambito Nato.
Tuttavia, l’atteggiamento degli Stati Uniti lascia intendere che ogni deviazione dagli standard condivisi sarà oggetto di scrutinio e, se necessario, di contestazione. Non a caso, la stessa dichiarazione di Whitaker è stata resa pubblica all’indomani di colloqui riservati con rappresentanti di più Paesi europei, alcuni dei quali starebbero adottando strategie simili a quella italiana.
Un equilibrio tra investimenti strategici e trasparenza
In definitiva, il dibattito sollevato dalle parole dell’ambasciatore americano alla Nato non riguarda solo la contabilizzazione di un’opera pubblica, ma tocca il cuore della coesione strategica dell’Alleanza. In un contesto internazionale sempre più teso, con minacce ibride e convenzionali in aumento, la capacità dell’Europa di farsi carico in modo credibile della propria difesa è osservata con attenzione a Washington, ma anche a Kiev, a Mosca e a Pechino.
Ogni ambiguità o forzatura contabile indebolisce il fronte comune e rischia di compromettere l’autorevolezza della Nato stessa.
Per l’Italia, dunque, la partita del Ponte sullo Stretto si gioca anche sul piano diplomatico, dove rigore, trasparenza e credibilità restano i requisiti fondamentali per restare un alleato affidabile.
