Il delitto di Giulia Tramontano, avvenuto a Senago nel maggio 2023, continua a interrogare l’opinione pubblica, ma anche le corti di giustizia. La Corte d’Assise d’Appello ha confermato la condanna all’ergastolo per Alessandro Impagnatiello, il compagno della giovane donna e padre del bambino che portava in grembo, ma ha escluso l’aggravante della premeditazione. Un elemento che modifica il profilo giuridico del caso, pur lasciando intatta la portata drammatica dell’omicidio.
Secondo i giudici, Impagnatiello non avrebbe pianificato l’uccisione della compagna con largo anticipo. I ripetuti tentativi di avvelenarla nei mesi precedenti l’accoltellamento — tramite la somministrazione di topicida — erano diretti a un altro scopo: provocare un aborto, eliminare un ostacolo che egli percepiva come incompatibile con la sua vita, la sua carriera e il fragile equilibrio delle sue menzogne.
Un piano disperato, ma non un progetto di morte
La Corte ha chiarito che “non vi sono prove che consentano di retrodatare il proposito omicidiario rispetto al giorno dell’aggressione mortale”, avvenuta con decine di coltellate nel loro appartamento. La somministrazione di veleno, protratta per settimane, non era un’anticipazione dell’omicidio, ma un mezzo per indurre una perdita spontanea del feto. Un gesto lucido nella sua brutalità, che aveva l’obiettivo di “risolvere” ciò che l’imputato considerava “il problema” — il figlio in arrivo.
Giulia Tramontano era al settimo mese di gravidanza. In quei mesi, Impagnatiello, barista presso un noto hotel milanese, aveva costruito intorno a sé un castello di bugie: una doppia vita sentimentale, una rete di menzogne con la compagna, l’amante e la famiglia. L’arrivo del bambino, che avrebbe reso insostenibile la finzione, era diventato per lui un ostacolo da rimuovere.
L’omicidio: un epilogo violento, non preordinato
Quando le sue manovre non hanno prodotto l’effetto sperato, Impagnatiello ha reagito con furia. L’omicidio di Giulia, secondo la Corte, è maturato in quel contesto immediato, non frutto di un piano meticoloso a lungo termine. Non ci sarebbe stata, dunque, quella “lucida preordinazione” che la legge richiede per configurare l’aggravante della premeditazione. Eppure, la crudeltà del gesto, la violenza dell’aggressione, il tentativo di occultamento del corpo e le menzogne dette dopo il delitto rimangono agli atti e hanno pesato nella conferma dell’ergastolo.
Una giustizia che distingue, ma non assolve
La sentenza d’appello evidenzia con chiarezza che il giudizio giuridico non è una valutazione morale. Il fatto che Impagnatiello non abbia premeditato l’omicidio secondo i parametri tecnici della legge non attenua la gravità dei suoi atti, né la responsabilità per aver posto fine alla vita di una giovane donna e del figlio che portava in grembo. La Corte ha semplicemente distinto il movente e la tempistica dell’azione letale da un percorso pianificato nei minimi dettagli, come richiesto per l’aggravante.
Il suo piano originario — uccidere il figlio senza uccidere la madre — rivela un livello di cinismo inquietante, ma privo, secondo i giudici, di quella lucidità criminale che avrebbe configurato una premeditazione compiuta dell’omicidio.
Il dolore che resta
Al di là dei tecnicismi giuridici, la vicenda continua a essere una ferita profonda per la famiglia Tramontano e per l’opinione pubblica. Giulia, 29 anni, è diventata uno dei volti simbolo delle vittime di femminicidio in Italia. La sua storia ha suscitato indignazione, dolore, riflessione collettiva. La sua memoria è stata onorata da iniziative culturali, presidi civili, leggi discusse in Parlamento.
L’ergastolo confermato, seppur senza la premeditazione, rappresenta per molti un atto di giustizia sostanziale. Ma nessuna sentenza potrà colmare il vuoto lasciato dalla sua morte e da quella di un bambino mai nato, strappato alla vita prima ancora di conoscerla.
Un caso emblematico
Il processo Impagnatiello ha messo in luce, ancora una volta, i limiti e le contraddizioni di una società in cui il controllo, il possesso e la menzogna possono trasformarsi in tragedia. Ha riportato al centro dell’agenda pubblica il tema della violenza di genere e dell’urgenza di rafforzare gli strumenti di prevenzione, ascolto e protezione per le donne.
Anche per questo motivo, la sentenza non è solo un punto fermo nella vicenda giudiziaria, ma un capitolo di una storia collettiva che non può e non deve essere dimenticata.
