L’Afghanistan orientale è sprofondato in una nuova tragedia. Il potente terremoto che ha colpito la provincia di Kunar e le aree circostanti ha provocato finora oltre novecento morti e migliaia di feriti. Un bilancio che, secondo le autorità locali, è destinato a crescere man mano che i soccorritori riescono a raggiungere i villaggi rimasti tagliati fuori dal resto del Paese a causa delle frane che hanno seppellito le strade.
La macchina dei soccorsi è in moto da ore, ma le difficoltà logistiche e la fragilità delle infrastrutture rendono l’intervento complesso. «Le operazioni sono continuate per tutta la notte» ha dichiarato Ehsanullah Ehsan, responsabile dell’Autorità per la Gestione dei Disastri della provincia di Kunar, la più colpita. «Grazie alla mobilitazione dei nostri dipendenti e dei residenti dei distretti circostanti, la ricerca non si è fermata».
La priorità, spiega Ehsan, resta soccorrere i feriti. Subito dopo scatterà la distribuzione di tende, coperte e pasti caldi a migliaia di persone rimaste senza un tetto. Intanto, gli abitanti dei villaggi montani di Wadir e Mazar Dara hanno passato quasi trentasei ore a scavare con le mani o con pale rudimentali tra le macerie delle loro case crollate, nel tentativo disperato di trovare parenti e vicini ancora vivi.
Per tutta la giornata di lunedì, elicotteri militari hanno fatto la spola tra le zone colpite e i centri di assistenza, trasportando feriti gravi e portando generi di prima necessità. Ma l’accesso via terra resta in molti casi impossibile: le frane hanno bloccato arterie cruciali, rendendo irraggiungibili diversi villaggi e complicando la distribuzione dei soccorsi.
Alla tragedia naturale si somma la fragilità cronica dell’Afghanistan, uno dei Paesi più poveri del mondo, già provato da anni di guerra, instabilità e isolamento internazionale. Il governo talebano, che non gode di riconoscimento diplomatico da parte della maggioranza della comunità internazionale, ha poche risorse e limitata capacità di risposta. Mosca è l’unica capitale che ha ufficialmente riconosciuto le autorità di Kabul.
La comunità internazionale ha iniziato a mobilitarsi. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno lanciato un appello urgente per le donazioni e il Fondo di risposta alle emergenze globali dell’Onu ha già stanziato cinque milioni di dollari come primo sostegno. Una cifra che, seppure significativa, appare insufficiente di fronte alle dimensioni della catastrofe umanitaria.
Un Paese sismicamente fragile
L’Afghanistan si trova in una delle aree più sismicamente instabili del pianeta, al confine tra le placche indiana ed eurasiatica. La collisione di queste due masse continentali, la stessa che ha generato la catena dell’Himalaya, provoca regolarmente scosse di forte intensità.
Negli ultimi decenni, il Paese è stato colpito da numerosi terremoti mortali. Nel 2015, una scossa di magnitudo 7,5 provocò centinaia di vittime tra Afghanistan e Pakistan; nel 2002, un sisma di magnitudo 6,1 nell’area settentrionale causò la morte di oltre mille persone.
A rendere particolarmente vulnerabile la popolazione afghana non è solo la frequenza degli eventi sismici, ma soprattutto la fragilità delle abitazioni. Gran parte delle case nei villaggi rurali è costruita con mattoni di fango e legno, materiali che non offrono alcuna resistenza alle scosse. Interi insediamenti possono crollare in pochi secondi, seppellendo famiglie sotto le macerie.
Emergenza umanitaria senza fine
Il terremoto arriva in un Paese già segnato da povertà endemica e crisi alimentare. Secondo l’Onu, più della metà della popolazione afghana vive in condizioni di insicurezza alimentare, mentre milioni di persone dipendono dagli aiuti internazionali per sopravvivere.
Le difficoltà di accesso e la carenza di strutture sanitarie adeguate rischiano di aggravare ulteriormente il bilancio del sisma. Molti feriti non riescono a raggiungere gli ospedali e in diverse province mancano medicine e attrezzature di base.
Nelle prossime ore il bilancio potrebbe aggravarsi ulteriormente. E mentre le scosse di assestamento continuano a spaventare la popolazione, la corsa contro il tempo per salvare vite intrappolate sotto le macerie non conosce soste.
