Un decesso improvviso, la rabbia dei familiari e un rimpallo di responsabilità tra chi lamenta di non essere stato avvisato e chi sostiene di aver tentato invano di farlo. È la vicenda accaduta all’ospedale Civico di Palermo, dove una donna di 62 anni è morta nella notte tra venerdì e sabato, poche ore dopo il ricovero in terapia intensiva. A denunciare quanto accaduto è Giusto Santoro, cugino della vittima, che racconta di avere appreso della morte della congiunta soltanto il giorno successivo e non dal personale sanitario, ma da una comunicazione dei carabinieri.
La denuncia del familiare
Secondo quanto riferito da Santoro, la donna – che si era sentita male nella propria abitazione ed era stata trasportata in ospedale dal 118 – era entrata in reparto venerdì sera. Nessun segnale lasciava presagire un epilogo così rapido. “Stava bene, nessuno di noi avrebbe mai immaginato una fine del genere”, spiega il cugino. La mattina seguente si è recato al Civico per farle visita, ma nel reparto non risultava più ricoverata.
“Ho chiesto spiegazioni – racconta – e dopo avere girato tra i reparti di terapia intensiva, un addetto, non un medico, mi ha comunicato che Rosa era deceduta nella notte e che il corpo era stato trasferito in camera mortuaria”. È lì che l’uomo si è trovato davanti a una scena che definisce sconvolgente: “L’ho trovata dentro un sacco nero, con un cartellino con il nome poggiato su una lastra di marmo. Un’immagine che non dimenticherò mai”.
La telefonata dei carabinieri
Mentre si trovava all’obitorio, Santoro ha ricevuto la telefonata dei carabinieri della stazione Oreto. “Mi hanno riferito del decesso e mi hanno detto che l’ospedale non riusciva a contattarmi”, spiega. Ma la sua versione resta carica di amarezza: “Negli ospedali devono cambiare le procedure. Non si può lasciare una famiglia senza notizie. In momenti così dolorosi serve più umanità, più attenzione, più empatia”.
La versione dell’ospedale
L’Azienda ospedaliera Civico di Palermo ha diffuso una nota ufficiale con cui respinge le accuse di negligenza. “Il medico di guardia della terapia intensiva – si legge – constatato l’aggravarsi delle condizioni della paziente, ha provato più volte a contattare i familiari al numero fornito al momento del ricovero. Non avendo ricevuto risposta, e sopraggiunto il decesso, ha provveduto a informare i carabinieri”.
Secondo la ricostruzione dell’ospedale, i militari si sono recati al domicilio indicato dai parenti senza però riuscire a trovarli. Solo in seguito sarebbero tornati in ospedale per comunicare l’accaduto al medico di guardia, che nel frattempo aveva disposto il trasferimento della salma in obitorio.
Il nodo della comunicazione
Il caso mette nuovamente al centro un tema delicato: la gestione della comunicazione tra ospedali e familiari nei momenti più drammatici. Da un lato, il dolore di chi si è sentito escluso e privato della possibilità di dare un ultimo saluto alla propria congiunta. Dall’altro, la versione di un ospedale che sostiene di avere seguito le procedure, ma senza riuscire a stabilire un contatto.
Quel che resta, oltre al dolore di una perdita improvvisa, è l’amara sensazione di un cortocircuito comunicativo che ha acuito la sofferenza dei familiari. Un episodio che riapre il dibattito su quanto il sistema sanitario, accanto alla cura clinica, debba garantire anche attenzione, ascolto e tempestività nella relazione con le persone più fragili: i parenti di chi affronta la malattia e, talvolta, la morte.
