10 Settembre 2026, giovedì
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Gaza, altri 17 morti nei raid israeliani. Netanyahu frena su un accordo per gli ostaggi

Secondo Al Jazeera Arabic, nuove incursioni aeree israeliane hanno colpito diverse aree della Striscia, aggravando un bilancio già catastrofico. Intanto, il premier israeliano respinge ogni ipotesi di voto sul negoziato per il rilascio degli ostaggi: il dossier resta bloccato nel cuore del gabinetto di sicurezza.

Gaza continua a essere teatro di una guerra senza tregua.
Secondo quanto riferito da Al Jazeera Arabic, che cita fonti ospedaliere locali, almeno 17 palestinesi sono stati uccisi nelle ultime ore a causa di nuovi raid aerei israeliani condotti in varie zone della Striscia. Gli attacchi, iniziati all’alba, si inseriscono in una campagna militare che prosegue ininterrottamente dall’ottobre 2023 e che, secondo il Ministero della Salute di Gaza, ha ormai causato la morte di 63.459 persone, lasciando sul campo oltre 160.000 feriti.

I dati sono aggiornati quotidianamente e illustrano un quadro sempre più allarmante dal punto di vista umanitario. I bombardamenti, intensificatisi nelle ultime settimane, colpiscono aree urbane densamente popolate, aggravando ulteriormente una crisi già definita da numerose agenzie internazionali come “catastrofe umanitaria di proporzioni storiche”.

A fronte dell’aggravarsi della situazione, la diplomazia resta impantanata. Le trattative per un accordo sul rilascio degli ostaggi israeliani ancora detenuti da Hamas non registrano progressi concreti, nonostante i segnali favorevoli emersi negli ultimi giorni da parte delle forze armate israeliane.

Secondo quanto riferito da Channel 13, durante una riunione del gabinetto di sicurezza israeliano svoltasi nelle prime ore di lunedì, i vertici militari avrebbero espresso apertura a un’intesa volta a liberare almeno parte degli ostaggi, sottolineando la necessità di agire anche sotto il profilo umanitario. Tuttavia, il primo ministro Benyamin Netanyahu ha bloccato ogni possibilità di procedere, affermando che “non c’era alcun accordo all’ordine del giorno”.

Una presa di posizione netta, che ha alimentato tensioni anche all’interno della maggioranza di governo. Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Ynet, la maggioranza dei ministri si è detta contraria a un’intesa “parziale”, mentre alcuni esponenti dell’ala ultranazionalista, tra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, hanno chiesto di votare un principio di contrarietà a qualsiasi accordo che non garantisca la “resa totale” di Hamas.

Netanyahu, però, ha rifiutato l’ipotesi di un voto: per il premier, il tema non è formalmente sul tavolo. Una posizione che rafforza l’impasse negoziale, nonostante la crescente pressione internazionale e l’evidente logoramento sul piano interno.

Il blocco delle trattative alimenta il rischio che l’operazione militare israeliana continui senza una prospettiva politica chiara, prolungando l’instabilità e moltiplicando il numero delle vittime civili. Nelle ultime settimane, sia Stati Uniti sia Qatar – principali mediatori nel processo – hanno sollecitato un’accelerazione del negoziato, ma senza ottenere risultati tangibili.

Il conflitto in corso, in cui si intrecciano dinamiche militari, pressioni interne, questioni di ostaggi e crisi umanitarie, si conferma uno dei dossier più critici della scena internazionale. E mentre il governo israeliano sembra orientato a proseguire con la linea dura, l’emergenza umanitaria nella Striscia di Gaza si aggrava ogni giorno, lasciando poco spazio a soluzioni diplomatiche nel breve termine.

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