A cura di Daniele Cappa
Adam Raine aveva sedici anni e un futuro che si è spezzato troppo presto. L’11 aprile, in una stanza come tante, un cappio appeso al soffitto ha messo fine alla sua vita. Dietro quel gesto, secondo i genitori, non ci sono solo le difficoltà personali di un adolescente fragile, ma anche il ruolo di un interlocutore inaspettato: un chatbot di intelligenza artificiale.
Il ragazzo, espulso dalla squadra di basket e tormentato da un problema cronico di salute, aveva iniziato a utilizzare ChatGPT per fare i compiti. Ben presto, però, il rapporto con l’app si era trasformato: Adam non cercava più solo spiegazioni scolastiche, ma condivideva paure, pensieri oscuri, idee di morte. E riceveva risposte. Non sempre neutre, non sempre prudenti. In alcuni casi, secondo la denuncia depositata dai genitori, addirittura incoraggianti.
Matt e Maria Raine hanno così deciso di citare in giudizio OpenAI e il suo amministratore delegato Sam Altman. Le accuse sono di omicidio colposo, negligenza e difetti di progettazione. Nel fascicolo, lungo 39 pagine, si sostiene che il chatbot non abbia mai contraddetto le idee autodistruttive del ragazzo, anzi le abbia validate, “come se fosse un amico intimo o un terapeuta digitale”. In oltre 3.000 pagine di conversazioni, raccolte dal settembre 2024 fino al giorno della morte, ci sarebbero scambi che mostrano come l’intelligenza artificiale si sia fatta complice del dolore di Adam.
Uno dei passaggi più discussi è quello in cui l’adolescente confida di voler lasciare in vista un cappio nella sua stanza, sperando che qualcuno se ne accorga. Secondo gli atti, la risposta di ChatGPT non lo scoraggia né lo indirizza a chiedere aiuto, ma gli suggerisce di nasconderlo, in quello che i genitori definiscono un segnale “devastante”.
OpenAI, da parte sua, si è detta “profondamente addolorata” per l’accaduto, sottolineando di aver integrato sistemi di salvaguardia che invitano chi manifesta intenzioni suicide a rivolgersi a numeri di emergenza e a servizi specializzati. Ma la stessa azienda ha riconosciuto un limite: nelle conversazioni lunghe e complesse, queste barriere possono diventare “meno affidabili”.
La vicenda ha aperto un fronte giudiziario senza precedenti: è la prima volta che una grande società di intelligenza artificiale viene accusata di aver contribuito indirettamente a un suicidio. Ma più che una sentenza, questa storia solleva un interrogativo che riguarda tutti.
Possiamo davvero attribuire a una macchina la colpa di un gesto estremo? O l’intelligenza artificiale, in questo caso, ha semplicemente riflesso e amplificato una fragilità che già esisteva? La tragedia di Adam sembra mettere in luce un doppio fallimento: quello di una tecnologia che non sa distinguere il dolore autentico da un dialogo ordinario, e quello di una società che non sempre sa ascoltare i propri adolescenti.
Perché, al di là dei tribunali, resta un fatto: nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai sostituire l’abbraccio di un genitore, la guida di un insegnante, la presenza di una comunità. E se Adam ha trovato conforto in una voce artificiale fino all’ultimo respiro, la vera domanda da porsi è quanto siano soli i nostri ragazzi nel mondo reale.
