LONDRA – Si alza la tensione nel cuore politico del Regno Unito. Oltre 200 manifestanti sono stati arrestati dalla polizia britannica nel corso di una protesta pro-Palestina organizzata davanti a Westminster, a pochi passi dal Parlamento. I dimostranti contestavano apertamente la recente decisione del governo laburista guidato da Keir Starmer di classificare Palestine Action come organizzazione terroristica.
Un provvedimento che ha immediatamente innescato polemiche, divisioni politiche e una reazione di piazza che il governo sembra aver sottovalutato. La protesta, annunciata via social solo poche ore prima, ha raccolto centinaia di attivisti, molti dei quali legati a movimenti pacifisti, organizzazioni studentesche e gruppi per i diritti umani. L’intervento della polizia è stato massiccio e rapidissimo: decine di agenti hanno circondato la zona, dichiarando l’assembramento illegale e procedendo con arresti multipli, molti dei quali per “disturbo dell’ordine pubblico” e “resistenza a pubblico ufficiale”.
Una decisione che fa discutere
Il fulcro della protesta è stato il decreto varato dal nuovo esecutivo laburista che ha inserito Palestine Action tra le “proscribed organisations”, le organizzazioni vietate ai sensi della legge britannica sul terrorismo. Una decisione di fortissimo impatto politico, con cui Starmer ha voluto segnare una netta discontinuità rispetto alla tradizione più radicale e militante del suo partito.
Palestine Action è un collettivo nato nel 2020, noto per le sue azioni dirette contro aziende legate all’industria bellica, in particolare quelle coinvolte nella produzione e fornitura di armamenti destinati a Israele. Negli ultimi anni, il gruppo ha rivendicato incursioni e sabotaggi simbolici in sedi aziendali, magazzini, siti produttivi. Azioni spesso non violente, ma fortemente eclatanti, che hanno attirato l’attenzione dei media e diviso l’opinione pubblica.
Secondo il governo britannico, però, alcune di queste attività hanno “superato la soglia dell’attivismo legittimo” per sconfinare in atti di “terrorismo domestico”. Una linea dura che ha provocato reazioni accese da parte del mondo accademico, della società civile e di esponenti dello stesso Partito Laburista.
La protesta in piazza e la risposta delle forze dell’ordine
Il raduno davanti a Westminster era stato annunciato come “un atto di disobbedienza civile pacifica”, ma le autorità hanno scelto il pugno di ferro. Sin dalle prime ore del pomeriggio, la zona del Parlamento era presidiata da un ampio dispositivo di sicurezza. Quando i manifestanti hanno tentato di avvicinarsi ai cancelli, mostrando bandiere palestinesi, cartelli e megafoni, la polizia ha dichiarato illegale la manifestazione ai sensi del Public Order Act.
Gli arresti, secondo fonti ufficiali, sono stati oltre 200. Alcuni testimoni parlano di manifestanti trascinati via di peso, altri di attivisti seduti a terra in segno di protesta passiva, circondati e poi ammanettati uno a uno. Numerosi i video diffusi online, che hanno alimentato accuse di uso eccessivo della forza da parte degli agenti. Le immagini, già virali, potrebbero trasformarsi in nuovo terreno di scontro politico.
Palestine Action: “Non ci farete tacere”
Attraverso un comunicato diffuso sui propri canali, Palestine Action ha definito la decisione del governo Starmer “una manovra repressiva degna dei peggiori regimi autoritari”.
“Siamo un movimento che combatte la complicità britannica nei crimini di guerra contro il popolo palestinese. La nostra lotta è non violenta e ha un solo obiettivo: porre fine alla produzione di armi che alimentano il genocidio. L’etichetta di terroristi non ci fermerà: continueremo a lottare con ogni mezzo legittimo”, si legge nella nota.
L’organizzazione ha anche annunciato ricorso legale contro il provvedimento del governo, dichiarando che la criminalizzazione della protesta pacifica è “inaccettabile in una democrazia liberale”.
Keir Starmer nella bufera
Il primo ministro Starmer, già criticato per la sua posizione considerata da molti troppo ambigua sul conflitto israelo-palestinese, si trova ora a fronteggiare la prima grande crisi interna del suo mandato. La decisione di colpire Palestine Action ha sollevato malumori anche tra alcune anime del Labour, in particolare quelle legate all’ala progressista e ai movimenti studenteschi.
Numerosi parlamentari laburisti hanno chiesto una revisione urgente del provvedimento, mentre sindacati e organizzazioni per i diritti umani parlano di “criminalizzazione del dissenso”.
Il governo, per ora, mantiene il punto: secondo fonti di Downing Street, l’inclusione di Palestine Action nella lista nera è stata una decisione “necessaria e proporzionata” per proteggere la sicurezza pubblica e prevenire il sabotaggio di infrastrutture strategiche.
Uno scontro che va oltre i confini britannici
La mossa di Londra arriva in un momento particolarmente delicato per il dibattito internazionale su Gaza e sui rapporti tra governi occidentali e movimenti filo-palestinesi. Sempre più spesso, attivisti e Ong denunciano una stretta repressiva nei confronti della solidarietà alla causa palestinese, che viene in alcuni casi assimilata a propaganda estremista.
Anche le Nazioni Unite e Amnesty International hanno espresso preoccupazione per le implicazioni sul diritto alla protesta pacifica, chiedendo al Regno Unito di garantire piena tutela ai diritti civili fondamentali.
Un nodo politico e sociale da sciogliere
La protesta di Westminster e i suoi esiti repressivi sono solo l’ultimo episodio di un conflitto che attraversa trasversalmente il Regno Unito: tra sicurezza e libertà, tra dissenso e legalità, tra attivismo e radicalizzazione.
Il caso Palestine Action apre un delicato fronte politico per Keir Starmer, chiamato ora a dimostrare che la lotta al terrorismo può convivere con la tutela dei diritti civili. Nel frattempo, la piazza ha già risposto. E promette di tornare.
