5 Ottobre 2026, lunedì
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Il volto oscuro della diaspora: criminalità organizzata cinese sotto la lente della polizia italiana

Operazione su scala nazionale in 24 province: tredici arresti, trentuno indagati, sequestri e sanzioni per oltre 95mila euro. Dalle reti di prostituzione e droga al riciclaggio globale via hawala, le ramificazioni sotterranee di una criminalità invisibile e chiusa al mondo esterno.

Un’indagine che abbraccia l’intero territorio nazionale, toccando 24 province italiane, ha portato alla luce una rete criminale radicata all’interno di segmenti della comunità cinese, dedita a un ampio ventaglio di attività illecite, dalla tratta di esseri umani al narcotraffico, dal riciclaggio internazionale di capitali alla contraffazione e allo sfruttamento del lavoro. L’operazione, coordinata dal Servizio Centrale Operativo (Sco) della Polizia di Stato, ha prodotto un bilancio significativo: tredici arresti, trentuno persone denunciate, sanzioni amministrative per oltre 73mila euro e il sequestro di circa 23mila euro in contanti. Tra le sostanze stupefacenti sequestrate figura anche lo shaboo, metanfetamina altamente distruttiva e redditizia, per un totale di 550 grammi, equivalenti a circa 5.500 dosi.

Gli arresti hanno riguardato principalmente soggetti coinvolti in traffici di droga e in circuiti di sfruttamento della prostituzione. Sei latitanti sono stati rintracciati e fermati, uno dei quali destinatario di un mandato per rapina aggravata. L’operazione ha interessato territori dislocati lungo tutto lo Stivale: da Milano a Roma, da Firenze a Palermo, da Vicenza a Catania, passando per città come Prato, Brescia, Bologna, Treviso, Perugia e molte altre. Un’indagine che testimonia la pervasività e la mobilità della criminalità organizzata cinese in Italia.

La rete silenziosa: struttura familiare, vincolo d’omertà, ferocia criminale

Le indagini dello Sco, frutto di un lavoro investigativo protrattosi per anni, restituiscono un quadro inquietante: gruppi criminali cinesi costituiti secondo modelli clanici, spesso composti da soggetti legati da vincoli familiari e originari della stessa area geografica della Repubblica Popolare Cinese. Non si tratta di una struttura piramidale unitaria, quanto piuttosto di una galassia di cellule autonome, in contatto tra loro, che operano in modo silenzioso ma estremamente efficiente.

Il tratto distintivo di questi gruppi è la chiusura verso l’esterno e la gestione dei conflitti esclusivamente all’interno della propria comunità. Le vittime dei reati — dalle estorsioni alle aggressioni, fino agli omicidi — sono quasi sempre connazionali. A rendere ancora più difficile il lavoro degli inquirenti è l’omertà diffusa che caratterizza la comunità, alimentata da un codice interno di lealtà e vendetta che può degenerare in vere e proprie faide. Il vincolo di appartenenza al gruppo criminale è spesso più forte del legame con lo Stato ospitante.

Il potere del denaro: hawala e riciclaggio internazionale

Tra le attività più sofisticate emerse vi è l’uso del sistema hawala, una forma di trasferimento di denaro informale e sotterranea, sviluppata fuori dai circuiti bancari ufficiali. Pur essendo nato secoli fa in Asia meridionale come meccanismo fiduciario, oggi l’hawala viene impiegato dalle organizzazioni criminali internazionali — non solo cinesi — per far circolare capitali illeciti tra continenti, aggirando i controlli bancari e rendendo estremamente complesso il tracciamento del denaro.

Attraverso questa rete parallela e opaca, i gruppi riescono a ripulire i proventi derivanti da attività quali il traffico di droga, lo sfruttamento della prostituzione e l’immigrazione clandestina. Il sistema hawala diventa così uno strumento chiave per la sopravvivenza e l’espansione dei sodalizi mafiosi di matrice cinese, che operano secondo logiche transnazionali ma si fondano su strutture di potere arcaiche, feudali e familiari.

Armi e controllo del territorio: una “milizia” armata al servizio del crimine

Come avviene per le mafie tradizionali italiane, anche la criminalità cinese impiega con disinvoltura strumenti di intimidazione e violenza per consolidare il proprio potere. Uno degli aspetti più allarmanti emersi durante l’operazione riguarda la presenza di vere e proprie “ali armate”, gruppi di picchiatori e sicari incaricati di garantire il rispetto degli ordini e di risolvere i conflitti con modalità brutali. Armi da fuoco, pestaggi, minacce e tentativi di estorsione sono pratiche tutt’altro che occasionali.

Le forze dell’ordine hanno documentato anche la presenza di connessioni operative con altri gruppi criminali, italiani e stranieri. Un’interazione che avviene secondo una logica di “spartizione” del territorio e degli affari, e che testimonia una capacità strategica di inserimento nei contesti locali. Le sinergie con la malavita autoctona, soprattutto nelle grandi città, sono spesso alla base della tenuta logistica delle attività illecite: affitti per bordelli e laboratori clandestini, prestanome per attività commerciali fittizie, canali per il reclutamento di manodopera e il trasporto di droga.

La sfida dello Stato: comprendere per colpire

L’operazione appena conclusa dimostra come la criminalità di matrice cinese in Italia non sia un fenomeno marginale o limitato a episodi isolati. Si tratta di un sistema articolato, stratificato e resiliente, in grado di mimetizzarsi all’interno delle dinamiche migratorie, di sfruttare le vulnerabilità legislative e di capitalizzare sulla chiusura culturale della comunità d’origine. Per contrastarlo, non bastano le retate o i sequestri: è necessario sviluppare strumenti di indagine culturale e linguistica, collaborazioni internazionali rafforzate e politiche di integrazione che rompano l’isolamento e l’autoreferenzialità di certe enclave etniche.

La lotta alla criminalità cinese richiede la stessa attenzione e le medesime risorse che da anni vengono impiegate per combattere le mafie italiane. Occorre comprendere che ciò che oggi appare come una galassia sommersa può trasformarsi, se trascurata, in un arcipelago di potere che erode silenziosamente la legalità, l’economia e la coesione sociale del Paese.

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