Una ferita profonda nella storia d’Italia
Sono trascorsi quarantacinque anni da quella mattina d’estate in cui una bomba esplose nella sala d’aspetto della seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna. Era il 2 agosto 1980. L’orologio, fermo sulle 10:25, è divenuto simbolo di un’Italia colpita al cuore: 85 morti, oltre 200 feriti. Il più grave attentato terroristico della storia repubblicana.
Da allora, il Paese ha attraversato decenni di dolore, ricerca, ostinazione. Depistaggi, menzogne, omissioni e complicità hanno tentato di cancellare, confondere, diluire la verità. Ma il tempo, la tenacia dei familiari delle vittime e l’impegno di alcuni magistrati hanno consentito, oggi, di restituire un volto nitido a ciò che per lungo tempo fu avvolto dalla nebbia dell’impunità.
Il punto più alto della strategia della tensione
La strage di Bologna si colloca nel cuore della cosiddetta “strategia della tensione”, una stagione di terrorismo nero cominciata nel 1969 con l’attentato di Piazza Fontana. Un periodo in cui gruppi eversivi di estrema destra, in connessione con apparati dello Stato e poteri occulti, seminarono violenza per destabilizzare l’Italia e condizionare il suo equilibrio democratico.
Non fu solo un’azione stragista, ma un messaggio politico. Lo ha riconosciuto la Corte d’Assise di Bologna nel processo a Gilberto Cavallini, uno degli esecutori materiali condannato all’ergastolo nel 2020: una “strage politica”, una “strage di Stato”.
Le condanne definitive e i nuovi nomi
Dopo le condanne storiche dei neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (minorenne all’epoca dei fatti), la giustizia ha progressivamente allargato il campo delle responsabilità. A essi si è aggiunto Gilberto Cavallini, riconosciuto colpevole di aver fornito appoggio logistico al gruppo dei NAR.
Ma è stato con il processo a Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale, che la verità giudiziaria ha compiuto un salto decisivo. Bellini è stato riconosciuto come uno degli esecutori della strage grazie a un video amatoriale e alla testimonianza della sua ex moglie, che lo ha identificato nelle immagini della stazione, smentendo l’alibi che lo aveva protetto per quarant’anni. La sua condanna all’ergastolo è diventata definitiva nel 2024.
Con lui sono stati giudicati anche Piergiorgio Segatel, ex ufficiale dei carabinieri, condannato a sei anni per depistaggio, e Domenico Catracchia, amministratore di stabili legati agli ambienti eversivi di via Gradoli a Roma, condannato a quattro anni per false dichiarazioni.
Mandanti, finanziatori, coperture
La verità processuale emersa è netta e agghiacciante. La strage fu ideata e finanziata da un “secondo livello” di mandanti: vertici della loggia massonica P2 di Licio Gelli, uomini legati ai servizi segreti deviati, figure centrali come Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Tutti deceduti e dunque non più giudicabili, ma riconosciuti nelle sentenze come responsabili dell’organizzazione e della copertura dell’attentato.
Nelle motivazioni della sentenza Bellini si legge che la loggia P2, utilizzando fondi illeciti provenienti dal crac del Banco Ambrosiano, ha finanziato l’azione terroristica. Il denaro, secondo i giudici, fu utilizzato non solo per organizzare la strage, ma anche per compensare economicamente gli esecutori. Un’ipotesi confermata dal ritrovamento della cosiddetta “cartella Bologna” nella valigetta personale di Gelli, elemento emerso grazie all’instancabile lavoro dell’Associazione dei familiari delle vittime.
La figura di Federico Umberto D’Amato, già direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, emerge come quella di un perno nel coordinamento di un servizio segreto parallelo, operante in ambito atlantico ed europeo.
Il ruolo dello Stato: tradimenti e verità
La lunga vicenda giudiziaria della strage di Bologna racconta anche di uno Stato che, in parte, ha tradito se stesso. Apparati infedeli hanno protetto i colpevoli, indirizzato le indagini altrove, ostacolato la giustizia.
Licio Gelli, già condannato nel 1995 a dieci anni per depistaggio, rappresenta l’icona di questo sistema: una rete occulta che ha operato per decenni con l’obiettivo di mantenere l’Italia in un equilibrio autoritario, condizionandone le scelte politiche, mantenendola fedele al Patto Atlantico in un contesto segnato dalla Guerra Fredda.
Eppure, come ha sottolineato il senatore Sandro Ruotolo, ricordare oggi non è solo un dovere civico o commemorativo: è un atto di giustizia verso chi non c’è più e verso la Repubblica.
La memoria come presidio della democrazia
Il 2 agosto non è una data come le altre. È una ferita ancora aperta nella coscienza del Paese. Ma è anche il simbolo di una resistenza civile che non ha accettato il silenzio e l’oblio.
L’associazione dei familiari delle vittime, presieduta per anni da Paolo Bolognesi, ha saputo incarnare questo impegno: ostinato, lucido, documentato. A loro si deve il rifiuto delle verità facili, l’incessante richiesta di trasparenza, il recupero di prove decisive.
Come ha scritto la Corte d’Assise, «la figura di Bellini è al contempo conferma ed elemento costitutivo» della trama che ha condotto alla strage. Ma senza la determinazione dei familiari, tutto questo non sarebbe affiorato.
Nel manifesto che li accompagna nel quarantacinquesimo anniversario della strage si legge: «45 anni di trame e depistaggi per nascondere la verità. La determinazione dei familiari lo ha impedito».
Una lezione che interroga il presente
A quarantacinque anni di distanza, la strage di Bologna non è soltanto una tragedia del passato. È una pagina di storia che ci obbliga a interrogarci sul rapporto tra verità, potere e democrazia. È il paradigma di come, in nome della ragion di Stato o di interessi geopolitici, si possa arrivare a sacrificare vite innocenti.
Ma è anche la dimostrazione che la memoria, se alimentata da consapevolezza e rigore, può diventare giustizia. Non solo nei tribunali, ma nella coscienza collettiva di un popolo.
Ecco perché ricordare il 2 agosto non è solo commemorazione. È un atto politico, nel senso più alto e nobile del termine. Un gesto che serve a difendere la Repubblica, e a riaffermare che nessuna ragione di Stato può valere più della verità e della dignità umana.
