La maturità anagrafica non basta più a giustificare la distinzione di trattamento penale tra adolescenti e adulti. È questo il cuore dell’intervento di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, che ha annunciato la presentazione di tre disegni di legge destinati a inasprire l’approccio sanzionatorio nei confronti dei minori autori di reati, proponendo una sostanziale equiparazione tra le pene previste per i minorenni e quelle riservate ai maggiorenni.
“Un sedicenne di oggi – ha dichiarato Salvini – non è paragonabile a quello di trent’anni fa. Non siamo più nell’epoca delle cabine telefoniche a gettoni e dei ghiaccioli, ma in quella dei social, dell’iperconnessione e, purtroppo, anche della precoce esposizione alla violenza. I ragazzi oggi crescono più in fretta. E se da un lato questo comporta nuovi diritti, dall’altro comporta nuove responsabilità: se sbagli, paghi come chiunque altro”. La linea, netta e senza sfumature, si inscrive in una visione della giustizia improntata a una rigida concezione della responsabilità penale individuale, che non fa sconti in nome della minore età.
Le tre proposte, che il leader della Lega ha definito “necessarie e urgenti”, si muovono in una direzione precisa: colpire più duramente chi coinvolge i minori in condotte criminali, ma anche ridefinire la soglia di imputabilità. Una delle iniziative, simbolicamente intitolata a Giovanbattista “Giogiò” Cutolo, giovane musicista napoletano ucciso nel 2023 mentre tentava di sedare una lite, punta a introdurre pene più severe per gli autori di reati efferati, anche se minorenni. Il caso di Giogiò – assassinato a 24 anni, in pieno centro a Napoli, da un ragazzo di 16 anni – è divenuto emblema del dibattito sull’adeguatezza delle attuali misure punitive previste dalla giustizia minorile.
“La morte di Giogiò – ha affermato Salvini – ha scosso l’Italia intera. Non possiamo più accettare che chi compie un omicidio venga giudicato secondo criteri che non tengano conto della gravità assoluta del fatto. L’età non può essere un alibi”. L’iniziativa legislativa, quindi, si propone di rivedere l’impianto del D.P.R. 448/1988, la legge che disciplina il processo penale minorile, introducendo deroghe che consentano – in presenza di reati particolarmente gravi – l’applicazione delle pene ordinarie anche a imputati sotto i diciotto anni.
Accanto a questa misura, un altro dei disegni di legge mira a contrastare con maggiore incisività il fenomeno dell’istigazione a delinquere ai danni dei minori: chiunque spinga o induca un ragazzo a commettere reati, secondo la proposta, dovrà rispondere con aggravanti specifiche, volte a sanzionare non solo la condotta ma anche la strumentalizzazione della fragilità adolescenziale da parte della criminalità organizzata o di adulti senza scrupoli.
La terza proposta si concentra invece sull’inasprimento delle pene per reati di violenza urbana – risse, aggressioni, rapine – che vedano il coinvolgimento di minori, sia come autori che come vittime. Salvini non ha mancato di sottolineare come “la sicurezza nelle nostre città non possa essere messa a repentaglio da gruppi di adolescenti che agiscono con impunità. Serve un segnale forte e chiaro”.
Le proposte del leader leghista riaccendono un dibattito che da anni divide giuristi, pedagogisti e politici. Da un lato, chi invoca una giustizia più severa, capace di rispondere alla crescente incidenza di reati violenti compiuti da minori; dall’altro, chi teme che un abbassamento della soglia di responsabilità penale possa compromettere i principi fondamentali della giustizia minorile, incentrata sulla rieducazione e sul reinserimento.
Nel contesto europeo, l’Italia ha finora mantenuto un impianto garantista: in molti Paesi membri, infatti, l’età della responsabilità penale è già inferiore ai 14 anni fissati dall’ordinamento italiano. Tuttavia, la scelta di colpire più duramente i minori autori di reati gravi rappresenterebbe un cambiamento culturale profondo, che ridisegna i confini tra tutela dell’adolescenza e difesa della sicurezza collettiva.
Con le tre proposte annunciate, Salvini si posiziona nuovamente come interprete di una politica securitaria che non teme di infrangere tabù giuridici e pedagogici. Resta ora da vedere quale sarà la reazione delle altre forze politiche, della magistratura e del mondo accademico, chiamati a confrontarsi su un tema che tocca il cuore stesso della funzione rieducativa della pena.
