6 Ottobre 2026, martedì
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Raffaele Fiore, l’ex brigatista di via Fani, è morto a 71 anni

Guidò la colonna torinese delle Brigate Rosse e partecipò all’agguato in cui fu rapito Aldo Moro e massacrata la sua scorta. Era in libertà condizionale dal 1997. Non si era mai dissociato né pentito.

Si è spento a 71 anni Raffaele Fiore, ex militante delle Brigate Rosse, coinvolto in uno degli episodi più drammatici e simbolici della storia repubblicana: il sequestro di Aldo Moro e l’eccidio della sua scorta. A rendere nota la morte, avvenuta ieri, è stato l’avvocato Davide Steccanella, difensore di un altro ex brigatista, Lauro Azzolini.

Nato a Bari il 7 maggio 1954, Fiore è stato una figura di primo piano della colonna torinese delle Br, che aveva diretto negli anni più cruenti della lotta armata. Il suo nome resta indissolubilmente legato all’agguato di via Fani, a Roma, il 16 marzo 1978, nel corso del quale vennero uccisi i cinque uomini della scorta del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, rapito e poi assassinato dopo 55 giorni di prigionia.

Secondo le ricostruzioni processuali e le testimonianze acquisite negli anni, Fiore fu tra i quattro brigatisti travestiti da avieri che aprirono il fuoco quel mattino. Il mitra che imbracciava si inceppò, e questo gli impedì di colpire l’auto sulla quale viaggiava il presidente Moro. Arrestato nel 1979 a Torino, fu processato e condannato all’ergastolo nel procedimento noto come “Moro Uno”.

Nel 1997 gli fu concessa la libertà condizionale, nell’ambito delle misure previste per i detenuti che, pur non avendo formalmente abbracciato la dissociazione o il pentimento, avevano compiuto un percorso di reinserimento sociale. Fiore aveva cominciato a lavorare in una cooperativa, e tale regime fu riconfermato nel 2007.

Nonostante la lunga detenzione e il mutato clima politico e giudiziario, Fiore non aveva mai rilasciato dichiarazioni pubbliche di dissociazione dalla lotta armata né manifestato forme di revisione del proprio passato brigatista. La sua storia personale si intreccia con quella di una generazione che ha conosciuto lo scontro ideologico più violento del dopoguerra italiano, e che in molti casi non ha mai fatto i conti con una memoria collettiva ancora irrisolta.

La sua morte chiude un capitolo individuale di una pagina ancora aperta della storia nazionale, quella degli anni di piombo, che continuano a interrogare la coscienza pubblica del Paese.

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