La settima rata del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza potrebbe essere liquidata lunedì. Lo ha comunicato il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, indicando che gli obiettivi previsti sono stati formalmente raggiunti e che, in alcuni casi, sarebbero stati addirittura anticipati di un anno. Un traguardo che, se confermato, colloca l’Italia al vertice tra i beneficiari del programma Next Generation EU in termini di risorse ricevute: con questa nuova tranche, la somma complessiva erogata supererebbe i 140 miliardi di euro.
Ma dietro l’annuncio, che a prima vista potrebbe far pensare a un percorso regolare e virtuoso, si celano alcune criticità che meritano attenzione. Il rispetto delle scadenze e l’anticipo degli obiettivi, pur significativi sul piano formale, non sempre corrispondono a un’effettiva realizzazione dei progetti nei tempi previsti, né tantomeno a un impatto concreto e misurabile nei territori. Molti degli interventi finanziati, infatti, risultano ancora in fase di progettazione, rallentati da ostacoli burocratici, ritardi nelle gare d’appalto o difficoltà di coordinamento tra amministrazioni centrali e locali.
Le parole di Foti, che ha sottolineato come il Consiglio di Stato abbia richiesto obiettivi “ancor più performanti” in virtù dell’anticipo nell’attuazione, sembrano suggerire un’ottimistica lettura dei dati, forse più utile sul piano politico che operativo. Le erogazioni europee, va ricordato, sono vincolate al raggiungimento di milestone e target formali, spesso legati più a riforme e procedure che a risultati strutturali già tangibili.
In altre parole, si può “spuntare” un obiettivo sulla carta, pur in assenza di un’effettiva attivazione delle opere o dei benefici previsti per cittadini e imprese. È il paradosso del Pnrr: un progetto ambizioso e straordinario sul piano finanziario, che tuttavia rischia di esaurirsi in una corsa all’adempimento tecnico, piuttosto che in una trasformazione strutturale del Paese.
Anche il dato dei 140 miliardi — per quanto imponente — non racconta da solo l’efficacia dell’investimento. L’Italia, storicamente tra i Paesi meno efficienti nella spesa dei fondi europei, dovrà ora dimostrare di saper trasformare i flussi ricevuti in progetti realizzati, in cantieri conclusi, in servizi pubblici rinnovati. Ed è proprio in questa seconda fase — la più difficile — che si misurerà la reale riuscita del Piano.
Il tempo, intanto, stringe: il termine ultimo per la messa a terra del Pnrr resta fissato al 2026. E se il cronoprogramma sulla carta sembra procedere, l’impressione è che sul campo — tra riforme incomplete, capacità amministrative disomogenee e vincoli procedurali — il cammino sia ancora tutto in salita.
