2 Ottobre 2026, venerdì
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Medio Oriente, Cirielli difende Meloni sul mancato riconoscimento della Palestina. Ma la politica estera italiana appare afona e autoreferenziale

Il vice ministro degli Esteri respinge le critiche all’esecutivo e invoca la coerenza con gli Accordi di Oslo. Ma la posizione italiana resta isolata e priva di una visione efficace, mentre il conflitto israelo-palestinese si aggrava giorno dopo giorno, travolgendo ogni logica diplomatica.

Nel dibattito sempre più acceso intorno alla possibilità di un riconoscimento formale dello Stato di Palestina, il governo italiano si conferma su una linea di netta chiusura, sollevando interrogativi tanto sul piano politico quanto su quello etico. Le dichiarazioni di Edmondo Cirielli, vice ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, giungono a ribadire un posizionamento ormai consolidato: la scelta di non aderire, almeno per ora, all’orientamento assunto da un numero crescente di governi europei.

Secondo Cirielli, il premier Giorgia Meloni “ha ragione” a non cedere a quella che viene descritta come una pressione demagogica e strumentale, accusando le opposizioni di impiegare “parole d’odio” per meri fini elettorali. Una retorica polemica che, tuttavia, non riesce a mascherare l’assenza di una strategia diplomatica strutturata e credibile. La posizione espressa dall’esecutivo — pur legittimamente fondata sul principio della trattativa tra le parti — si presenta ormai come una ripetizione sterile di formule del passato, che non riescono a tenere il passo con la gravità della situazione attuale.

Va riconosciuto con nettezza un dato preliminare: l’attacco del 7 ottobre 2023, messo in atto da Hamas con modalità brutali e terroristiche, è stato condannato in modo unanime, senza ambiguità né attenuanti, da parte della comunità internazionale. Un’aggressione ingiustificabile e profondamente lesiva di qualsiasi orizzonte di pace. Tuttavia, questo atto iniziale di violenza non può in alcun modo costituire il lasciapassare per l’evoluzione che il conflitto ha successivamente assunto.

A Gaza, da mesi, si consuma sotto gli occhi del mondo un dramma umanitario che sfida ogni giustificazione militare e ogni principio di diritto internazionale. La sproporzione tra l’offensiva militare israeliana e la condizione di una popolazione civile priva di tutele effettive ha prodotto uno scenario che sempre più osservatori definiscono con il termine più grave e più temuto: genocidio. La morte di decine di migliaia di civili, la distruzione sistematica di infrastrutture essenziali, l’impedimento all’accesso agli aiuti umanitari e l’assenza di vie di fuga sicure delineano un contesto non più compatibile con la sola retorica della sicurezza nazionale.

In questo quadro, la prudenza del governo italiano si tramuta in silenzio diplomatico. La rivendicazione di coerenza con gli Accordi di Oslo — firmati più di trent’anni fa in un mondo radicalmente diverso — appare oggi come una difesa rituale, che poco dice rispetto alle dinamiche del conflitto in corso e nulla propone per arrestarne la deriva.

Al contrario, il riconoscimento dello Stato di Palestina, da parte di numerosi partner europei, non si configura come un gesto simbolico o ideologico, ma come un tentativo — certamente imperfetto, ma politicamente significativo — di restituire dignità diplomatica a una parte che da troppo tempo non ha voce. Non si tratta di avallare il terrorismo, ma di disinnescare il rischio, sempre più concreto, che l’assenza di prospettiva alimenti la radicalizzazione e la violenza su entrambe le sponde del conflitto.

L’Italia, invece, sembra parlare soltanto a sé stessa. Rifugiandosi in una prudenza che rischia di diventare complicità silente, la politica estera del governo Meloni non incide, non costruisce alleanze credibili, non orienta alcun processo. È una voce flebile in uno scenario che avrebbe bisogno, al contrario, di una diplomazia forte, coraggiosa, capace di proporre una via d’uscita alla logica della distruzione reciproca.

Nel momento in cui le immagini che giungono da Gaza interrogano le coscienze di chiunque abbia a cuore i principi fondamentali del diritto e dell’umanità, l’assenza di una presa di posizione chiara non è solo una scelta politica: è una rinuncia alla responsabilità morale.

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