4 Ottobre 2026, domenica
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Brasile, l’ombra del golpe: generale confessa di aver scritto un piano per uccidere Lula

Mario Fernandes, alto ufficiale ed ex collaboratore diretto di Bolsonaro, ammette di aver redatto un documento con l’obiettivo di assassinare il presidente Lula, il vicepresidente Alckmin e un giudice della Corte Suprema. La polizia accusa l’ex capo di Stato di esserne a conoscenza.

Una confessione che scuote il Brasile e getta nuove ombre sul passato recente del Paese. Il generale Mario Fernandes, già segretario esecutivo della Segreteria generale della Presidenza durante il mandato di Jair Bolsonaro, ha ammesso durante un interrogatorio di aver redatto un piano che prevedeva l’eliminazione fisica del presidente Luiz Inácio Lula da Silva, del vicepresidente Geraldo Alckmin e del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes.

Il documento, battezzato Pugnale verde e giallo, secondo quanto riferiscono i principali media brasiliani, delineava un piano eversivo di stampo militare, mai attuato ma ritenuto estremamente pericoloso. Fernandes ha dichiarato di averlo scritto in privato, senza condividerlo con nessuno, e di averlo successivamente distrutto. “L’ho stampato solo per leggerlo meglio, senza affaticare la vista. Poi l’ho strappato”, avrebbe detto agli inquirenti.

Tuttavia, la polizia federale brasiliana ritiene che l’allora presidente Jair Bolsonaro fosse perfettamente informato del contenuto del piano. Secondo gli investigatori, vi sarebbe un filo diretto tra l’ambiente militare a lui vicino e le trame golpiste che avrebbero preso forma nei mesi successivi alle elezioni presidenziali vinte da Lula.

Fernandes, interrogato sul punto, ha negato categoricamente di aver mostrato il documento all’ex capo dello Stato. Ma la sua versione non convince del tutto gli inquirenti, che da mesi stanno ricostruendo l’inquietante retroscena di un tentativo di sovvertire l’ordine democratico.

La figura di Alexandre de Moraes, uno dei bersagli indicati nel piano, non è casuale: da tempo è uno dei principali nemici politici del bolsonarismo per il suo ruolo nella difesa delle istituzioni e nel contrasto alle fake news e ai tentativi di delegittimazione del sistema elettorale. Anche Lula e Alckmin, nel contesto di una nuova fase politica apertamente osteggiata dalla destra radicale, sarebbero stati considerati “obiettivi” da neutralizzare.

Il caso è esploso mentre il Brasile si confronta ancora con le ferite lasciate dagli assalti alle sedi del potere a Brasilia, avvenuti nel gennaio 2023 a pochi giorni dall’insediamento di Lula. Ora, con questa ammissione, prende corpo l’ipotesi di un progetto sovversivo più ampio e strutturato di quanto si pensasse.

Non è la prima volta che emergono sospetti su un coinvolgimento diretto di esponenti militari nei tentativi di destabilizzazione democratica. Ma la confessione di un generale di alto rango, fino a poco tempo fa parte del cuore operativo del governo Bolsonaro, segna un punto di non ritorno e apre scenari delicati, anche sul piano giudiziario.

L’inchiesta è ancora in corso. Le autorità brasiliane si preparano a valutare eventuali responsabilità penali e connessioni tra ambienti militari e politici. Ma una cosa appare ormai chiara: quanto accaduto in quegli anni non può essere derubricato a semplice fervore ideologico. Le istituzioni democratiche, in Brasile, sono state più vicine di quanto si credesse al baratro.

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