6 Ottobre 2026, martedì
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Alta moda e lavoro nero: amministrazione giudiziaria per un’azienda milanese

Un'indagine dei Carabinieri del Lavoro svela una catena produttiva fondata su sfruttamento, subappalti opachi e opifici gestiti da cittadini cinesi. Ammende per oltre 180mila euro.

MILANO — Un nuovo caso scuote il mondo scintillante dell’alta moda italiana, ancora una volta messo sotto accusa per l’ombra che si cela dietro il luccichio delle passerelle. I Carabinieri del Gruppo per la Tutela del Lavoro di Milano hanno dato esecuzione a un provvedimento di amministrazione giudiziaria nei confronti di una nota azienda operante nel settore del fashion, emesso dal Tribunale di Milano – Sezione Misure di Prevenzione, su richiesta della Procura della Repubblica. L’impresa è ritenuta colpevolmente incapace di controllare e prevenire fenomeni di sfruttamento lavorativo lungo la filiera produttiva.

Secondo quanto emerso dalle indagini, la società committente si sarebbe limitata alla prototipazione dei capi – tra cui giacche in cashmere – affidando poi la produzione su scala industriale a una catena opaca di subappalti che ha condotto fino a opifici gestiti da cittadini cinesi nella provincia di Milano. Tali laboratori, spesso privi di autorizzazioni, avrebbero fatto ricorso sistematico a manodopera irregolare, impiegata in condizioni gravemente lesive della dignità e dei diritti fondamentali.

La ricostruzione dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro e del Nucleo Operativo del Gruppo Tutela del Lavoro ha evidenziato un meccanismo consolidato, volto ad abbattere i costi di produzione attraverso l’esternalizzazione a società prive di capacità produttiva autonoma, che fungono da meri schermi cartolari. Una di queste realtà, secondo gli inquirenti, esisterebbe solo sulla carta: priva di dipendenti, sarebbe stata costituita con il solo scopo di emettere fatture fittizie a favore dell’azienda committente, al fine di mascherare la vera origine della produzione realizzata in regime di sfruttamento.

L’indagine, partita nel maggio 2025 a seguito della denuncia di un lavoratore cinese per sfruttamento e lesioni — l’uomo sarebbe stato aggredito dal datore di lavoro dopo aver reclamato gli stipendi arretrati, riportando ferite con una prognosi di 45 giorni — ha portato a un controllo approfondito sull’intera catena di produzione e fornitura. Le verifiche hanno interessato sia gli affidatari ufficiali che i subappaltatori non autorizzati, attivi nella provincia milanese.

Nel corso degli accertamenti, in alcuni opifici sono stati identificati 21 lavoratori, 10 dei quali impiegati completamente “in nero” e privi di contratto. Tra questi, 7 erano anche privi di permesso di soggiorno. Le condizioni riscontrate negli ambienti di lavoro erano gravemente irregolari: retribuzioni inferiori alla soglia minima, turni estenuanti, assenza di pause, ambienti insalubri e gravi violazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro. In alcuni casi, i lavoratori vivevano direttamente all’interno degli opifici, in dormitori abusivi e fatiscenti, in condizioni igienico-sanitarie ben al di sotto degli standard minimi.

Due titolari cinesi, di diritto o di fatto, delle aziende coinvolte sono stati deferiti all’autorità giudiziaria per il reato di caporalato. Uno di loro, proprio colui querelato dal lavoratore aggredito, è stato arrestato in flagranza di reato. Sono stati inoltre denunciati due cittadini italiani, titolari della società sub-affidataria, per gravi violazioni della normativa in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro.

Le autorità hanno disposto la sospensione dell’attività per due opifici per il ricorso sistematico al lavoro nero e per le gravi inadempienze in tema di sicurezza. Sono state comminate ammende per un totale di 181.482,79 euro e sanzioni amministrative pari a 59.750 euro.

Il caso si inserisce in un più ampio filone investigativo che, negli ultimi mesi, ha già coinvolto altre aziende del comparto moda, dimostrando come lo sfruttamento della manodopera non sia un’anomalia marginale, ma una prassi insidiosa e diffusa nelle zone d’ombra della filiera produttiva.

È bene sottolineare che il procedimento penale si trova ancora nella fase delle indagini preliminari e che ogni responsabilità sarà accertata solo in caso di sentenza definitiva di condanna. Tuttavia, l’azione delle forze dell’ordine solleva interrogativi profondi sulla responsabilità sociale delle imprese, anche quelle che operano nel settore del lusso, e sulla sostenibilità etica del modello produttivo italiano.

Ancora una volta, sotto le luci della moda, si staglia l’ombra dello sfruttamento.

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