5 Ottobre 2026, lunedì
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Meloni vuole “controllare i fondi ai film”? Ma Gioventù Ribelle?

Oggi chiede trasparenza per i finanziamenti pubblici al cinema italiano, ma nel 2011 Giorgia Meloni promosse Gioventù Ribelle, videogioco celebrativo del Risorgimento costato centinaia di migliaia di euro e affondato nel ridicolo. Un caso esemplare di spreco pubblico senza ritorno.

A cura di Daniele Cappa

ROMA – “Bisogna rivedere il sistema di finanziamento pubblico al cinema, perché troppi film incassano pochissimo”, ha dichiarato recentemente Giorgia Meloni, invocando controlli più severi sui fondi pubblici destinati alla cultura. Una linea dura che invoca merito, risultati, trasparenza. Parole forti, condivisibili. Ma viene spontaneo chiedersi: chi ha mai controllato Gioventù Ribelle?

Nel 2011, con Meloni alla guida del Ministero della Gioventù, fu proprio lo Stato a finanziare in pompa magna un videogioco destinato a celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il risultato? Un progetto tecnicamente disastroso, ritirato in pochi giorni, diventato un caso di scuola su come dissipare fondi pubblici in nome della propaganda.

Gioventù Ribelle nasceva con intenzioni altisonanti: far riscoprire il Risorgimento ai giovani attraverso un videogioco sparatutto ambientato durante la Breccia di Porta Pia. Protagonista un bersagliere, incaricato di consegnare una missiva al Papa. Un mix improbabile tra educazione civica e azione militare, che secondo gli ideatori avrebbe dovuto competere con titoli internazionali come Battlefield e Call of Duty.

Presentato con entusiasmo istituzionale al MAXXI di Roma, il gioco fu accolto favorevolmente anche dal Quirinale. “Pensiamo che si possa imparare molto dalla Storia del Risorgimento anche divertendosi”, dichiarava Meloni in un’intervista a Uniroma.tv. Ma l’illusione durò poco.

Il primo (e unico) livello del gioco venne reso disponibile il 18 marzo 2011 tramite un download complicato e poco accessibile. Una volta installato, però, si palesò un disastro tecnico: bug ovunque, nemici immobili, audio assente, schermate copiate da altri videogiochi, comandi malfunzionanti e perfino la possibilità, grottesca, di sparare al Papa. Tutto costruito sul motore grafico di Unreal Tournament, pensato per tutt’altri generi.

In poche ore Gioventù Ribelle diventò lo zimbello della rete. Non bastò a salvarlo il coinvolgimento di soggetti importanti come Ferrovie dello Stato, Cinecittà Luce, Rai Trade e IED. Il progetto affondò in un mare di critiche. Il danno, però, era fatto: secondo ricostruzioni giornalistiche, solo per il marketing si spesero circa 500.000 euro di fondi pubblici. E il prodotto finito non arrivò mai.

Il Ministero della Gioventù provò a smarcarsi: “Il Ministero non produce videogiochi”, dichiarava il 22 marzo 2011 in una nota ufficiale. “Si tratta di un lavoro assai complesso a cura dei giovani ricercatori dello IED, con il supporto essenziale di Assoknowledge”. Ma l’imbarazzo era evidente. Il deputato Pierfelice Zazzera (IdV) presentò un’interrogazione parlamentare, denunciando lo spreco di risorse pubbliche e il danno d’immagine per il nascente settore videoludico italiano.

Nel 2011 l’industria del gaming in Italia era fragile, colpita dalla crisi del 2008 e priva di infrastrutture solide. Ma anziché potenziare il settore con investimenti strutturati, si scelse di puntare su un prodotto amatoriale travestito da operazione patriottica.

Oggi Gioventù Ribelle è scomparso. Il sito ufficiale del gioco è stato abbandonato e, ironia della sorte, reindirizza a contenuti pornografici. Un epilogo surreale per un progetto che doveva “fare cultura”, e che invece ha soltanto bruciato fondi e credibilità.

Se oggi si invocano controlli rigorosi per ogni euro pubblico speso in ambito culturale, allora il caso Gioventù Ribelle merita di essere ricordato. Perché non esiste solo il flop al botteghino: esistono anche i disastri digitali vestiti da tricolore.

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