Settantasette nuove croci in ventiquattro ore. È il tragico aggiornamento diffuso dal ministero della Sanità di Gaza, che continua a contare le vittime dei raid israeliani. I numeri – che da settimane crescono senza tregua – parlano chiaro: altre 70 persone uccise, 332 ferite. A più di un anno dall’inizio del conflitto, la scia di morte nella Striscia non conosce interruzioni.
Secondo le autorità locali, il totale dei morti ha ormai superato quota 57.300, mentre i feriti sarebbero oltre 135.900. Migliaia di persone risultano ancora disperse, sepolte sotto le macerie o irraggiungibili. Le cifre aggiornate non sono soltanto numeri, ma il riflesso quotidiano di una crisi umanitaria senza precedenti nella regione.
Nel mirino continuano a finire anche aree residenziali densamente popolate. I raid colpiscono a più riprese zone civili, campi profughi, infrastrutture già fortemente compromesse. Ospedali, scuole, centri di distribuzione degli aiuti: tutto è esposto al rischio. In molti casi, le vittime si trovavano nei pressi di luoghi di soccorso o nei percorsi di evacuazione.
A preoccupare è anche l’impatto su ciò che resta del sistema sanitario: strutture al collasso, personale medico allo stremo, medicine e attrezzature ridotte al minimo. Il quadro, drammatico da mesi, peggiora ogni giorno. Anche l’accesso agli aiuti internazionali resta frammentario, rallentato da ostacoli logistici e militari.
Mentre si continua a combattere, la popolazione civile paga il prezzo più alto. Tra chi fugge, chi piange i propri cari, chi resta sotto assedio nelle rovine delle città, la sensazione è quella di un conflitto che ha ormai superato ogni soglia di sopportazione. E senza un cessate il fuoco all’orizzonte, ogni aggiornamento rischia di essere solo l’ennesimo tragico bollettino.
