Scontro sul reato di tortura. Salvini rilancia: “Va precisato per difendere gli agenti” – Cucchi risponde: “Parole inaccettabili”
È bastata una frase, pronunciata da Matteo Salvini a Montecitorio, per riaccendere il dibattito su uno dei temi più delicati del sistema penale italiano: il reato di tortura. “Va rivisto, circoscritto, precisato – ha detto il ministro delle Infrastrutture e vicepremier –. È una cosa da fare e chi, se non la Lega, può farlo?”. A scatenare la reazione immediata è stata Ilaria Cucchi, senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra, da anni in prima linea nella battaglia per la verità sulla morte del fratello Stefano, avvenuta nel 2009 dopo un pestaggio subito in custodia cautelare.
Le parole di Salvini sono arrivate durante una conferenza organizzata dal suo partito, in cui ha annunciato l’intenzione di intervenire sulla normativa attualmente in vigore per “salvaguardare la figura della polizia penitenziaria”. “La polizia penitenziaria è poco presente sui giornali e quando c’è, viene attaccata come se fosse composta da ‘aguzzini e torturatori’. È un mestiere prezioso, svolto in condizioni delicatissime – ha affermato il leader leghista –. Gli agenti sono lavoratori che operano nelle carceri per missione e vocazione”.
Il riferimento, neanche troppo implicito, è alla legge del 2017 che ha introdotto nell’ordinamento italiano il reato di tortura, spesso al centro di polemiche tra chi lo ritiene necessario per garantire i diritti umani e chi, come Salvini, lo giudica eccessivamente generico e dannoso per le forze dell’ordine.
A chiarire i contorni del progetto è intervenuto anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, che ha specificato: “Non abbiamo ancora un testo definito, coinvolgeremo le parti interessate, in primis la polizia penitenziaria”. Nessun dettaglio, dunque, ma la volontà politica è chiara.
La replica di Ilaria Cucchi non si è fatta attendere. “In quanto ministro dei Trasporti, Salvini dovrebbe occuparsi di quello – ha detto la senatrice –. Vorrei ricordargli che non sono ‘in generale’ gli agenti ad essere definiti torturatori, ma coloro che vengono perseguiti penalmente per quel reato. Non permetteremo che si metta mano a questa norma per pura propaganda politica”.
Cucchi ha anche richiamato l’attenzione su uno dei casi simbolo degli ultimi anni: “Il mio pensiero va a tutte le vittime di torture, a partire da quelle della mattanza nell’istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere. La mia solidarietà va anche ai magistrati che, con la schiena dritta, non si fanno intimidire”.
Il confronto si inserisce in un contesto già teso sul tema della sicurezza nelle carceri, al centro dell’agenda leghista. Lo stesso Salvini ha ribadito che il recente decreto sicurezza “non è un punto di arrivo, ma una tappa. Serve permettere alla penitenziaria di fare il suo lavoro”.
Nel merito, il reato di tortura è da anni oggetto di dibattito: introdotto dopo numerose pressioni internazionali, fu approvato per rispondere agli obblighi della Convenzione ONU contro la tortura. I detrattori, come la Lega, lo giudicano ambiguo e potenzialmente lesivo per chi opera nelle forze dell’ordine. I sostenitori, al contrario, lo considerano uno strumento essenziale per tutelare i diritti fondamentali, specie in un Paese in cui non sono mancati episodi di violenze gravi nelle carceri.
Il botta e risposta tra Salvini e Cucchi ha riportato al centro dell’arena politica una ferita ancora aperta del Paese: quella del rispetto della legalità dentro lo Stato, anche – e soprattutto – quando si tratta di chi ne indossa la divisa.
